Recensioni

7.3

Torna a farsi vivo Pole, alias di Stefan Betke che otto anni fa (nel 2007) aveva pubblicato quel microcosmo di eclettici perfezionismi in elio à la Mouse On Mars chiamato Steingarten. Il disco già al tempo aveva rappresentato un decisivo cambio di pelle rispetto alla parentesi hip-hop su Mute dell’omonimo lavoro del 2003 e ai riduzionismi dub-glitch analogici della ormai classica trilogia numerata che lo aveva presentato a fine 90s come una sorta di criptica e terribilmente affascinante via di mezzo tra Oval e la Chain Reaction di Von Oswald e Ernestus, configurandolo all’interno di un più ampio movimento altrimenti noto come microwaves (detto volgarmente, la musica à la Pan Sonic o Oval stesso, e cito Post Rock e Oltre edito da Giunti).

In Wald, al netto delle coerenze progettuali di lungo corso (l’amore per reggae e dub di fine 60s e inizio 70s), ritroviamo la stessa distanza che abbiamo riscontrato tra il precedente e il citato omonimo. A rimanere a fuoco è quel misto di eclettismo e rigore screziato da glitch e scratch con il focus sempre fisso nel catturare una serie di freschi, ben stagliati, movimenti sul campo (leggi il suono di strumenti e macchine analogiche suonate in studio), e questi a configurarsi come il risultato di una jam con se stesso successivamente sottoposta ad un certosino lavoro di processing digitale.

Eppure dal design da vivere e ammirare come un’architettura (quasi)finita di Steingarten, Stefan opta qui per un approccio più aperto e libero dall’incastro preordinato tra groove, effetti e ritmo, e quest’aspetto viene sottolineato anche a livello di editing con tracce come Moos, Wurzel e Aue che riportano la tag live, ovvero versioni live in studio di tracce pubblicate nell’ultimo triennio in tre EP numerati chiamati Waldgeschichten. In generale, è l’intera tracklist a presentarsi come un lavoro meno da producer e più da musicista, con la particolarità che la spontaneità qui è il risultato di ragionamenti e sperimentazioni svolte nell’ultimo lustro.

Come per Steingarten è interessante l’uso che si fa del noise, in particolare di quello ottenuto con le chitarre (Moos), qui con effettistica più rock rispetto alle wave sognanti di un Fennesz. E visto che Betke tiene sempre l’occhio fino su ciò che si muove attorno a lui, non ci stupiamo se, cosparsa come un unguento, nella tracklist troviamo della jungle mimetica schiumare dai consueti tessuti dub dancehall (Myzel). L’attacco del disco, Kautz, pare un omaggio a certi Autechre mid 90s, e rappresenta un’altra delle tante angolazioni dalle quali il Pole sound può riconfigurarsi e rinnovarsi nel super attrezzato studio del musicista tedesco, pur rimanendo fieramente ascrivibile alla sua ragione sociale. In definitiva, una sfida alla reinvenzione/riesumazione/trasfigurazione continua del dub inteso più come virus informatico che come ingrediente del qualsivoglia intingolo (Wurzel). Il consiglio è di suonare Wald su casse ingombranti e un buon impianto. E’ un disco indispensabile per chi ama nell’elettronica la capacità di creare nuovi e impensabili mondi, la profondità di dettaglio, le scenografie che tengono fino alla fine (iRobot sei stato una delusione…), la tattilità delle superfici, i giochi di camera freschi e dinamici ecc.

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