Fennesz (AT)

Biografia

Nato il giorno di Natale del 1962 a Vienna, Christian Fennesz è cresciuto a Neusiedl Am See, piccola città del Burgenland austriaco sul lago Neusiedler, verso il confine ungherese. Elementi salienti dei suoi primi trent’anni: gli studi di chitarra classica (la padronanza del mezzo resterà uno degli elementi principali della sua particolare cifra stilistica), le prime esperienze nel periodo 1988-1992 con il gruppo locale Maische (rock sperimentale con influenze My Bloody Valentine, tra i riferimenti sotterranei di tutta la sua carriera), la frequentazione della scena elettronica viennese e delle sue pioniere label (la Cheap di Patrick Pulsinger, la Mego di Peter Rehberg e Ramon Bauer), l’acquisto dei primi campionatori. Con la pubblicazione per la Mego dell’EP Instrument nel 1995 e dell’album Hotel Paral.lel nel 1997 Fennesz emerge tra i principali protagonisti della rivoluzione glitch. “Con l’errore elevato a forma il digitale si appropria dell’impurità accidentale della vita, e quindi simula – tenta di simulare – una concretezza autonoma fin qui inedita. E’ un salto di livello impressionante” (E. Bridda). Filone introdotto dagli Oval (ma con una lunga storia che si svilupppa dagli Intonarumori di Russolo, gli esperimenti di John Cage ed Edgar Varèse, la musique concrète, i pionieri dell’elettroacustica, l’industrial noise degli anni ottanta…) il glitch rappresenta il ponte programmatico tra i due millenni, canonizzato dalle compilation Clicks & Cuts uscite dal 2000 al 2004. Lì si può trovare Fennesz in compagnia di tutti i nomi che contano: Alva Noto e Ryoji Ikeda, Sasu Ripatti (aka Vladislav Delay e Luomo), Mika Vainio dei Pansonic, Kid606, Matmos, Uwe “Atom™” Schmidt (il pezzo è Menthol, uscito nel vol. 2, nel suo annus mirabilis  2001). Di quest’ambito Fennesz è al tempo stesso epigono (“All’interno del processo compositivo l’austriaco individua più modalità di crash del campionatore, sottoposto a varie situazioni di carico e controllando questi “sonic accidents”, li utilizza come fonte sonora: è l’errore che diventa input sonoro” – M. Lorusso) e innovatore. Già in Hotel Paral.lel (Aus), ma soprattutto nel fondamentale singolo Plays (1998, dove l’austriaco destruttura e rimastica Rolling Stones e Beach Boys), emerge la sua singolare sensibilità, alla ricerca di un’inaudita quadra tra melodia e rumore, tra organico e sintetico.

Sarebbe semplicistico ridurre la carriera di Fennesz ad una supposta “evoluzione” dall’elettronica più intransigentemente noise a soluzioni sempre più accessibili: più che di sviluppo lineare, occorre parlare di allargamento dell’area d’indagine, inglobando i nuovi risultati senza abbandonare le esperienze precedenti.  Questo primo periodo fennesziano è già segnato dalla contemporanea battuta di piste parallele: l’improvvisazione sperimentale di gruppo (le collaborazioni con il collettivo MIMEO – Music In Movement Electronic Orchestra, il progetto  Orchester 33 1/3, le esperienze di impronta più dadaista del trio Fenn O’Berg – ovvero Fennesz, Jim O’Rourke e Peter Rehberg – tra le altre) e il glitch, da un lato già tendente al manierismo (sintomatico il mini del 1998 Il Libro Mio – Recherchen Zum Manierismus, sonorizzazione di una coreografia ispirata all’opera di Pontormo: i titoli delle quattro tracce formano il nome dell’artista del Cinquecento – ma dove pure possono improvvisamente spuntare – in Tor – accordi di chitarra acustica), e dall’altro ibridato  da tentazioni ambient-drone. Contaminazioni evidenti nell’album uscito nel 1999, il suo primo per la sofisticata etichetta inglese Touch: plus forty seven degrees 56′ 37″ minus sixteen degrees 51′ 08″. Le coordinate indicano precisamente il giardino di casa di Neusiedl Am See, dove il disco è stato pensato e realizzato esclusivamente al laptop (caso unico nella sua discografia): la tappa più rigorosamente rumorista e “disfunzionale” dell’opus dell’austriaco.

Nel giugno 2001 ecco comparire il capolavoro (preconizzato poche settimane prima dalla traccia C-Street, contenuta nell’EP Light, in condivisione con Hazard e Biosphere): Endless Summer (Mego) è oggettivamente da annoverare tra i più importanti album degli ultimi venti-trent’anni. Inedita commistione tra lirismo e noise, tra sperimentazione e accessibilità, il disco è ascolto irrinunciabile per comprendere appieno gli sviluppi della musica contemporanea: “Pop che non è pop, Beach Boys che non sono i Beach Boys, eppure nella magia della trasfigurazione quel che ritorna in cuffia è l’eterno miraggio estivo, il mare magnum di suono che ogni elettronico sogna di comporre” (E. Bridda). Sfruttando la risonanza mediatica di Endless Summer, la Touch (che dal 2002 al 2012 diventa la label principale di riferimento di Fennesz) si affretta a pubblicare l’antologica compilation Field Recordings 1995:2002: riassunto di questa prima fase necessariamente “frammentario ed eterogeneo”, ma contenente solo materiale di ottima scelta (tra cui tutto l’esordio analogico Instrument, altrimenti di difficile reperibilità). Nel 2002-2003 proseguono le collaborazioni più sperimentali (solo per citare le principali: The Return Of Fenn O’Berg, Invisible Architecture con Vainio, Wrapped Island con i Polwechsel, Live At The LU con Keith Rowe, lo splendido GRM Experience a nome Fennesz, Vainio & Zanési) e i live “one man band” in giro per il mondo (tra cui quello registrato il 9 febbraio 2003 al Shibuyna Nest “che, a detta di molti, è il miglior laptop act dell’artista nonché, per i più entusiasti, il migliore mai fatto nel suo genere” – E. Bridda). Il 2003 è anche l’anno della chiamata da parte di un David Sylvian alla ricerca di nuovi stimoli e affascinato dalle inusuali prospettive offerte da Fennesz: la prima produzione della partnership è A Fire In The Forest, la traccia che chiude Blemish.

Presentare Venice, il quarto album ufficiale uscito nel 2004, come “lavoro di transizione” non significa sminuirne il valore ma evidenziarne l’essenza: l’opera porta avanti le intuizioni di Endless Summer enfatizzandone il coté impressionistico con suggestioni liquidamente enoiane.Le chitarre sono sempre più presenti, trattate digitalmente attraverso patch Max/Msp o ipersaturate mediante effettistiche analogiche. L’album ospita lo sperimentatore Burkhard Stangl dei Polwechsel e l’inaspettata voce dello stesso Sylvian, che restituisce con Transit (nomen omen) il favore dell’anno precedente.
Continuano intanto le collaborazioni, espressione dell’incessante voglia di confronto e di sperimentazione. Dal 2004 provengono le registrazioni di quattro improvvisazioni live (poi pubblicate nel 2005): Cloud, a nome 4g (Four Gentlemen of The Guitar: Fennesz, Keith Rowe, Oren Ambarchi e Toshimaru Nakamura), Untitled-Erstlive 004 (Fennesz, Sachiko M, Otomo Yoshihide e il vecchio amico Rehberg), Sala Santa Cecilia, primo incontro dell’austriaco con Ryuichi Sakamoto e Live At Amann Studios, dialogo privato ed emozionante con il sax avant-jazz di Max Nagl (download disponibile sul sito Touch Radio).

Il 2006 vede il primo incontro live con Mike Patton, per un progetto che si è espresso per un totale di 18 date in giro per il mondo fino al 2008 ma mai testimoniato da release ufficiali (qui un non entusiasmante video-bootleg). Risalgono al 2006 le registrazioni live (pubblicate poi nel 2008 nell’album Town Down) del progetto Regenorchester XII, collettivo free-jazz condotto dal trombettista austriaco Franz Hautzinger nelle cui fila troviamo, oltre a Fennesz, Otomo Yoshihide e Tony Buck (che ritroveremo alla batteria più avanti, in Knoxville e in Bécs). Nel maggio 2007 esce per Touch cendre (rigorosamente minuscolo), espressione sulla lunga distanza della collaborazione con Sakamoto: diversamente dai 19 minuti della prima uscita, qui è il pianoforte calligrafico del giapponese a dominare la scena, mentre gli interventi sottopelle di Fennesz rimangono minimalmente nelle retrovie. Il risultato è una ambient music in puro stile Eno/Budd: gradevole ma con forte rischio di retrocessione a sottofondo. Nel dicembre dello stesso anno Fennesz pubblica, solo in digitale, On A Desolate Shore A Shadow Passes By (solo qualche settimana dopo a questo brano si aggiungono due ulteriori tracce, provenienti dalle stesse session, proposte nel 7” Transition e chiamate una On A Desolate Shore e l’altra A Shadow Passes By: interessanti nuovi tagli dello stesso diamante): il titolo, la cover del fido Jon Wozencroft (designer e co-fondatore del progetto Touch) ma soprattutto i suoni fanno già presagire l’approssimarsi del successivo album Black Sea. Ma prima c’è il tempo per ulteriori uscite: nel 2008 esce l’omaggio ad Arvo Pärt – attraverso la rielaborazione dell’organo a canne di Charles Matthews – nel 7” Touch Amoroso (marzo 2008), il 12” June, per la label americana Table Of The Elements, pezzo che verrà anni dopo riproposto come July in Seven Stars (ulteriore dimostrazione che in casa Fennesz non si butta via mai niente), e l’album Till The Old World’s Blown Up And A New One Is Created (novembre 2008), progetto polimorfo che vede il nostro in trio abstract-jazz elettroacustico con i Polwechsel Martin Brandlmayr e Werner Dafeldecker (che ritroveremo poi ancora nel 2014 in Static Kings, prima traccia di Bécs).

Black Sea, pubblicato per la Touch nel dicembre del 2008, rappresenta un ulteriore pietra miliare nella carriera di Fennesz. Non un fulmine a ciel sereno, ma una splendida ricapitolazione di tutte le esperienze precedenti, con una maggiore inclinazione verso lo sviluppo sinfonico che non alla forma-canzone: “Christian Fennesz suona sempre più come un classico del ventunesimo secolo” (V. Santarcangelo).  Qui è possibile parlare di ambient, se con questo termine si intende non semplice musique d’ameublement, bensì la creazione di un microcosmo emozionale, dove insieme alle chitarre acustiche, nylon ed elettriche, più o meno filtrate, e ai droni rumoristi ormai marchio di fabbrica trovano perfetta collocazione i suoni della natura (i gabbiani e la risacca che introducono il brano iniziale ed eponimo), il piano preparato di Antony Pateras (in The Colour Of Three) e le improvvisazioni elettroniche di Rosy Parlane (con il quale l’austriaco aveva già duettato nel mini CD del 2000 [email protected], e qui in Glide).

Nel 2009 esce il 7” A Girl & A Gun (in cui Fennesz accompagna, insieme a Burkhard Stangl e Martin Siewert, la cantante Lucia Pulido per stranianti versioni di due canzoni tradizionali colombiane, tratte dalla colonna sonora di un film di Gustav Deutsch), ma soprattutto il volume 15 della serie In The Fishtank (Konkurrent), testimonianza di 40 minuti della collaborazione con Mark Linkous aka Sparklehorse, sviluppata a partire da una prima serie di concerti tenuti insieme in Italia nel 2007, e pubblicata pochi mesi prima della tragica morte di Linkous: “astrazioni elettroniche, apocalissi angosciose, sospensioni frugali, fantasmi folk, palpitazioni tenui di cuori affranti” (S. Solventi). Il 2009 è anche l’anno di Manafon, l’album più arduo e ambizioso di David Sylvian, in cui l’apporto di Fennesz e della corrente di sperimentatori austro-nippo-britannica a cui appartiene (alle sessions di improvvisazione registrate dal 2004 al 2007 che hanno dato vita al progetto partecipano tanti nomi noti, oltre al nostro: Stangl e Dafeldecker dei Polwechsel, i 4g Keith Rowe e Toshimaru Nakamura, Otomo Yoshihide, Sachiko M…) risulta determinante nel delinearne le sonorità.
Nel 2010 esce Szampler (solo in musicassetta per l’estremistica e snob label The Tapeworm), una collezione di campioni vintage realizzati da Fennesz dall’89 al ’96 (solo per completisti compulsivo-ossessivi), In Stereo, il grande ritorno del trio Fenn O’Berg (Editions Mego: il loro primo lavoro in studio, il loro esperimento più estremo) e il minialbum Knoxville, highlights di un live dell’anno prima, frutto dell’ennesima collaborazione sperimentale, questa volta con David Daniell e Tony Buck: improvvisazioni shoegaze con crescendo densi e potenti.

Il periodo 2011-2012 è caratterizzato da un maggiore interesse verso soluzioni musicali definibili come “ambient soundscapes”, dove il rumore lascia maggiormente spazio a droni cosmici e sviluppi melodici di largo respiro. Il live remix di Gustav Mahler, lo speciale evento del marzo 2011 alla Radio Hall di Vienna (poi pubblicato come DVD in un cofanetto dedicato al centenario della morte del compositore austriaco, e reperibile dal novembre 2014 su Bandcamp) è l’occasione per evidenziare gli aspetti più sinfonici della musica di Fennesz,  che già erano state notate in alcuni momenti di Black Sea e che si ripropongono nell’EP Seven Stars (luglio 2011, Touch), in particolare nella traccia Shift, dall’incedere “elegiaco e crepuscolare”. Nel pezzo che dà il nome al disco, suadente ballata brianwilsoniana, compaiono le spazzole di una soffusa batteria jazz (by Steven Hess): è la prima volta nella sua discografia solista (ma per chi ha seguito gli sviluppi dei progetti paralleli di Fennesz non si tratta di un elemento così dirompente o inusuale). Oltre alla già citata e cosmica July, il disco comprende Liminal, dove la chitarra effettata propone una linea melodica che spesso riecheggerà nei live fino ad essere ripresa e rielaborata in Bécs (Liminality).  Nel doppio CD Flumina, pubblicato poco dopo sempre per la Touch, ritroviamo il duo Fennesz-Sakamoto, ma qui il risultato, sempre nel territorio neutrale ambient dei bozzetti pianistici di cendre, non aggiunge nulla alle rispettive carriere né al dialogo tra i due. I 48 minuti di musica realizzata per la coreografia On Invisible Pause (pubblicata online nel gennaio 2012 e scaricabile dal sito Touch Radio) riassumono in maniera mirabile lo zeitgeist fennesziano del periodo. La pubblicazione nel marzo 2012 (su chiavetta USB) di Liquid Music, sonorizzazione risalente al 2001 di un’installazione video di Wokzencroft, riapre il cerchio dei rimandi temporali: le scariche glitch increspano maggiormente la superficie cangiante creata dai loop di chitarra acustica e synth, da cui improvvisamente emerge un frammento di Endless Summer (Before I Leave).
Nel giugno 2012 esce a nome Christian Fennesz la colonna Sonora di AUN: The Beginning And The End Of All Things. L’atmosferica e sognante musica qui contenuta, comprendente anche tre tracce da cendre, è assolutamente funzionale al poetico film austro-nipponico diretto da Edgar Honetschläger, e fuori dal contesto cinematico risulta insapore e inodore. Tutta un’altra storia In Four Parts, l’intenso tributo a John Cage registrato live in duo con Patrick Pulsinger nell’ottobre 2012 (e pubblicato nel 2013 per l’etichetta austriaca Col Legno): la reinterpretazione elettronica dello String Quartet In Four Parts del compositore americano, pur così distante musicalmente, ne rispetta profondamente il senso, percorsa dalla stessa tensione verso il trascendente e il silenzio. Impossibile rimanere impassibili.

Il 2013 è caratterizzato da esperienze eclettiche e disparate: tra le tante uscite live, si segnalano le partecipazioni a due diversi trii: “The Kilowatt Hour” con David Sylvian e Stephan Mathieu (alla ricerca delle atmosfere rarefatte degli esperimenti fine anni ottanta di Sylvian con Holger Czukay, esperimento a detta di molti non del tutto riuscito) e la collaborazione con i Food, progetto avant-jazz (con marchio di qualità ECM) di Iain Ballamy e Thomas Strønen, con i quali il nostro aveva già lavorato per i loro ultimi album, Quiet Inlet (2010)  e Mercurial Balm (2012). Ulteriori segnali dell’ecletticità degli interessi di Fennesz: il remix per i Jensen Sportag, duo americano alternative electro-pop (Rain Code, novembre 2013), e il team-up estemporaneo con il giovane cantante nu-R’n’B’ Autre Ne Veut (Alive, dicembre 2013). Ma il 2013 è dedicato soprattutto alla preparazione dell’album solista che a livello ufficiale si faceva attendere dal 2008: Bécs esce nell’aprile del 2014, segnando il ritorno alle Editions Mego e confermando la vitalità dell’artista. “Album multilivello ed eterogeneo“, riprendendo la nostra recensione, “Bécs rappresenta la sintesi perfetta della carriera di un artista che ha sempre cercato un suo spazio personale tra gli interstizi, verso un punto d’incontro tra i presunti opposti di melodia e rumore“. Il 2014 si chiude con la pubblicazione dell’ottimo There’s a light that enters houses with no other house in sight firmato David Sylvian “featuring Franz Wright & Christian Fennesz“, che riprende e sublima l’esperienza del Kilowatt Hour tour.

Nel giugno del 2015 esce l’album AirEffect, frutto della collaborazione di Fennesz con il duo italiano OZmotic.

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