• mag
    05
    2017

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Marathon Artists

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E’ ormai chiaro che i Pond devono fare perpetuamente i conti con l’ingombrante questione di venire considerati come una costola dei più celebri Tame Impala, lo abbiamo sempre detto e neppure questo disco farà cambiare idea. Poco male, perché la loro settima fatica fa del suo essere totalmente made in Australia solo un punto di partenza e non certo di arrivo. Il disco, inoltre, si presenta da subito in tutto il suo peso (para)concettuale, ruotante attorno alle riflessioni sulle conseguenze di quello che Kipling chiamava il White man’s Burden. In pratica, tramite un’analisi di stampo illuminista, The Weather affronta – da un punto di vista sia storico che collettivista – le contraddizioni della colonizzazione e del post-colonialismo per chi si trova ad essere il risultato umano e culturale di questi processi. L’album è quindi concettualmente inserito nell’era del multiculturale e del (post)post-moderno, ed anche da un punto di vista squisitamente musicale si ritrova a navigare in un massimalismo molto anni ’10 dove delimitazioni, definizioni ed etichette hanno assunto caratteri decisamente sfumati.

I Pond, proseguendo un cammino di sperimentazione già iniziato nei precedenti lavori, abbandonano dunque la strada sicura del più ortodosso psych rock, dirigendosi verso un sound ibrido che rispecchia maggiormente una contemporaneità globalizzata, schiacciata sul presente e osmoticamente agganciata alle sagome del capitalismo e del climate change. Grazie anche alla presenza di Kevin Parker, che qui ha deciso di occuparsi della produzione, Nick Allbrook e co. hanno rinnovato il sound di una band che fino a ieri si nutriva degli strascichi del vecchio psych anni ’70, e che ora punta ad un prog più spurio, pop e soprattutto elettronico, il tutto avvolto in quel domopak melodico che nell’ultimo decennio è diventato l’incarto ufficiale di gran parte dei prodotti musicali.

Non c’è dubbio che durante l’ascolto si intraprenda un percorso un po’ sconclusionato: le voci robotiche della cupa e apocalittica 30000 Megalons sono immediatamente seguite dai falsetti melodici ultra pop del dittico formato da Sweep off my feet e Paint me silver. Se Colder than Ice riesuma atmosfere dance direttamente dagli anni ’80, la successiva Edge of the World Pt.1 è debitrice verso lo space-rock, mentre A/B si apre con un ritmo incalzante per trasformarsi poi in una ballad elegante al pianoforte. Si potrebbe ancora continuare a elencare i contrasti all’interno della scaletta, ma ciò che conta è che questa ingombrante frammentarietà è ricomponibile e che tutti i suoi tasselli rientrano in una produzione più elettronica, marchiata dall’onnipresente impiego dei synth.

Per forza di cose, nonostante i costanti tentativi di smarcarsi dall’immaginario e dal nome dei Tame Impala, anche questa volta i Pond devono in parte la riuscita del disco al maître à penser di quella band (il sopracitato Parker), producer che se non è riuscito perfettamente nel compito di bilanciare concetto e resa (e il disco non troneggerà senz’altro tra i migliori dell’anno), ha senz’altro fatto di The Weather uno snodo importante nella carriera e nel percorso artistico dei Pond.

12 maggio 2017
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