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Merita un recupero il terzo album solista, uscito agli inizi di agosto, di Poppy Ackroyd, la talentuosa poli-strumentista inglese attiva anche con la Hidden Orchestra di Joe Acheson: Sketches arriva pochi mesi dopo Dawn Chorus, terza opera del gruppo, e a ben tre anni dall’ultima testimonianza in solo. Come di consueto, i territori esplorati in solitaria dalla bella e preparatissima Poppy si differenziano però da quelli della band in cui milita: il classicismo sporcato di elettronica e field-recordings dell’esordio, già maturo e consapevole, Escapement continua ad essere naturale punto di riferimento, ma col tempo e la pratica il suono è andato assottigliandosi, riducendosi in questa occasione al solo pianoforte (e a una manciata di registrazioni ambientali).
Nei dieci brani di Sketches, dove trovano posto anche le riletture di alcuni brani dai dischi precedenti, la musica della compositrice, pianista e violinista londinese trova una dimensione nuova, dove minimalismo e memorie elettroniche disegnano panorami placidi e tenui, anche quando l’oscurità si fa incombente (Resolve) e l’atmosfera sempre più rarefatta (Rain): la natura, gli animali (soprattutto gli uccelli), l’acqua e il clima sono temi centrali e ricorrenti dell’album, come dimostrano i titoli delle tracce e le tre composizioni scelte come anteprima e raccolte nel singolo intitolato The Birds (Feathers, Birdwoman e Glass Sea), capace nel suo delicato evolversi di evocare con grande gusto cinematografico tutte le esperienze e le influenze dell’autrice.
Nonostante la sua natura ibrida (insieme disco di inediti e raccolta di reinterpretazioni), Sketches conferma la personalità e la maestria di Poppy Ackroyd, la sua poetica chiara e coinvolgente.
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