• Ott
    06
    2017

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Mad Decent

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Parlare di Poppy significa immergersi in un meta-luogo indefinito che sembra dialogare con un futuro distopico attraverso una pseudo-critica alla cultura pop tout court che sfrutta proprio gli stereotipi della cultura pop per parlare al proprio pubblico. Dunque, da dove iniziare? Cerchiamo di essere brevi. Su Youtube potete trovare decine di videoclip di Poppy realizzati e diretti da quel Titanic Sinclair che è la vera mente del progetto e che qualche anno fa era una metà dei Mars Argos, una sorta di brodo primordiale pre-genesi di Poppy in cui era già possibile individuare alcuni tratti salienti della creazione attuale. Guardare uno qualsiasi di questi brevi clip dispersi sui social vuol dire subire un lavaggio del cervello da parte di una ragazza che sembra più un automa antropomorfo che un vero essere umano. Tempi dilatati, tappeti ambient ad accompagnare una voce sussurrata da santina new age, sguardi vacui, estetica asettica mista kawaii (non a caso è il volto della Sanrio) che sembra presa in prestito dalla stagione della PC Music/bubblegum bass, temi frivoli dai contorni creepy che si alternano ad elementi misteriosi (3:36) vicini alle teorie del complotto (They have taken control) e, per alcuni, addirittura associabili alla massoneria e agli illuminati. Non vogliamo però dilungarci troppo sull’astrazione del progetto – su internet si trovano decine di tesi, contro-tesi, studi e contro-studi – ma, come forse avrete capito, c’è abbastanza materiale per dare vita a una puntata di Black Mirror.

Ok, ma perché parliamo di Poppy su queste pagine? Il motivo è semplice: è appena uscito l’album d’esordio Poppy.Computer e, diciamolo subito, la vaga curiosità che potrebbe suscitare questa aura pseudo-enigmatica (che a dirla tutta da iamamiwhoami in poi ha anche iniziato a stancare) si sfalda fragorosamente non appena si preme play, perché se da un lato i titoli delle canzoni non fanno altro che rinforzare il personaggio post-internet, dall’altro ci troviamo davanti a una manciata di brani assolutamente innocui. Non ci aspettavamo un centrifugato di contemporaneità futuristica come quello proposto da Iglooghost ma neppure un lavoro così piatto, generico e privo di inventiva, sia melodica che strumentale. Il rischio è che un progetto apparentemente così intrigante venga sminuito dal suo confluire in una discografia insulsa. L’unico motivo di vago (Grimes del resto lo fa da tempo) interesse è il tentativo di incorporare elementi del j-pop all’interno dei crismi della pop music occidentale con un ventaglio di influenze che va dal giocoso e nerd picopop nipponico all’universo idol (il «Welcome to the new world, I’m your internet girl. Open up and you’ll see, everyone is happy» di I’m Poppy si avvicina molto a quel mondo). A rendere il tutto leggermente più autentico, abbiamo i giapponesi Masanori Takumi in veste di co-autore e Ryosuke Sakai nel ruolo di produttore.

Escludendo Interweb (forse la migliore del lotto), in cui troviamo slanci dancefloor ad altezza Kylie Minogue versione tamagotchi (il taglio dei testi è sempre quello: «I forgot what my password is. Maybe it’s “password123″»), Poppy.Computer è un susseguirsi di soluzioni piuttosto dozzinali e stilisticamente cheap. Tra un «Poppy is an object. Poppy is your best friend» (My Style) e una filastrocca da scuola media, non si va oltre ad un teen-pop che, a seconda dei casi, può ricordare Katy Perry, Britney Spears, Avril Lavigne o, quando va meglio, le cose peggiori di Carly Rae Jepsen (Fuzzy). Qualche passo in avanti rispetto all’EP Bubblebath è stato fatto (Lowlife era uno scialbo digital-reggae/pop e Money semplicemente irritante) ma, per dare un diverso peso all’intero progetto, l’aspetto musicale andrebbe portato su un livello che sia perlomeno in linea con l’estetica proiettata al futuro che l’accompagna. Più in generale, la parodia della musica pop è davvero stuzzicante quando si è in grado di generare un punto di rottura non solo negli intenti ma anche nei fatti.

«(Pop) It’s when you hate it but you still appreciate it. Pop belongs to everyone», cita la conclusiva Pop Music. Ecco, probabilmente siamo quanto di più lontano dal suo pubblico di riferimento, ma siamo convinti che si possa fare musica infantile con molto più gusto e ricerca stilistica, pur rimanendo al 100% pop (i Kero Kero Bonito, ad esempio, insegnano).

11 Ottobre 2017
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