Recensioni

Andrea Mangia ha fatto il definitivo saltino con il buon – forse ottimo (?) – Night Safari ormai risalente a tre anni fa. Lì le precedenti nebbioline tra glitch e abstract HH in salsa indietronica si erano definitivamente diradate in un florilegio di enticheggiante panafricanesimo elettronico; così il nome Populous era diventato il lato più pop e melody-friendly di quel trend che in Italia aveva già i suoi più che validi alfieri in Clap! Clap! e Dj Khalab. Era in sostanza un giro del mondo immaginario e immaginifico, tanto ballabile e catchy quanto cesellato di fino e con grande mestiere, con l’autorialità di un producer che trovava definitivamente la sua strada e la sua estetica – musicale e visiva di pari passo, fatevi un giro anche sul suo profilo Instagram per capire di cosa parliamo.
Azulejos è la naturale prosecuzione di questo discorso: e se c’è un inevitabile cambiamento di coordinate, la coerenza e la continuità sono comunque evidenti. Stavolta la terra dipinta è il Portogallo (con il disco interamente registrato a Lisbona), con un’orgia di cumbie sudamericane e reflussi di elettronica più smaccatamente europea che si compenetrano senza soluzione di continuità. Il risultato è un orgasmo precolombiano che in più di un frangente sembra una soundtrack di Civilization – o magari dell’espansione The Conquerors del secondo Age of Empires – riadattata per il clubbing. Quindi tamburelli e flauti (Alfama), legnetti e canti (Mi Sueño), scampanellii più compassati (Azul Oro), cavalcate sudate con melodie inaspettate che fanno capolino in coda (Voz Serena). A tratti il groove è proprio irresistibile – pensiamo ad Alala e Caparica – e anche il pezzone più poppy che la volta scorsa era Fall ha qui il suo degno erede (Cru). La perla più bella e colorata è però Batismo, posta in chiusa a sugellare al meglio una nuova festa.
Rispetto a Night Safari forse la palette è meno variegata e profonda, ma il disco ne acquista sicuramente in coerenza interna. Chiaro che in un album incentrato sulla sensualità dei ritmi sudamericani, la melodia passa in secondo piano – tranne in qualche eccezione che abbiamo detto. La sensazione insomma è che dopo la mezza epifania del precedente, questa volta il Mangia si sia fatto più consapevole dei propri mezzi, della sua dimensione nel game e delle sue possibilità. Azulejos è un disco riuscito, punto. Perchè è furbetto, sì. Figo, anche. Pure tanto.
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