Recensioni

A otto anni di distanza dal precedente disco a nome Pretenders, Chrissie Hynde rispolvera la gloriosa sigla, a quanto dice perché, mentre registrava queste canzoni per farci il suo secondo album da solista, si è accorta che lo stile e soprattutto l’energia portavano con sé l’aria della sua storica band. Ma sarebbe errato pensare a una dicotomia “celentaniana” tra rock=Pretenders vs. lenti=solista: intanto perché i brani lenti i Pretenders li hanno sempre fatti, dal primo album (un paio, tra i quali la storica Private Life di cui si appropriò Grace Jones) passando per un secondo disco che ne abbondava, fino al successo di I’ll Stand By You e al country del precedente Break The Concrete; e poi perché sul suo unico album da solista, Stockholm (2014), i ritmi erano generalmente più sostenuti rispetto a questo disco.
L’idea che questo lavoro sia “Pretenders”, però, non è così peregrina: l’apertura con la title track ha qualche affinità con la Precious che inaugurava lo storico debutto del 1980, e la scaletta riproduce quell’alternanza tipica del gruppo tra momenti di piglio aggressivo e altri più delicati, con un suono vintage ed energico elaborato non con la formazione attuale del gruppo (nemmeno Martin Chambers è stato convocato: tanto decide tutto lei) bensì a Nashville dal concittadino Dan Auerbach dei Black Keys, col contributo, tra gli altri, di un paio dei suoi Arcs (e a una comparsata di sua maestà Duane Eddy) e con un risultato decisamente migliore rispetto al disco del 2008 (ma anche al per-lo-più-soft rock del solista).
L’alternanza musicale corrisponde a quella degli umori espressi nel disco: perché Chrissie, the last of the independents per citare il disco del ’94, l’indipendenza e lo stare alone li rivendica (vedi l’omonima e Gotta Wait), ma ovviamente ne conosce (e ne soffre) anche le durezze e le difficoltà (la malinconica samba tex-mex di One More Day, fino a momenti di cedimento – The Man You Are e la bella e abbandonata I Hate Myself, per chiudere con Death Is Not Enough), prima di decidere che ci si può buttare tutto alle spalle e andare a ballare su un riff di tastierina con echi Tom Tom Club e cori ‘50s nella bonus track Holy Commotion, che pure qualche traccia di tormento e rabbia se la porta dietro.
Non tutto funziona (Chord Lord è un po’ troppo All The Young Dudes, e forse un lento in meno sarebbe stato meglio), ma è un disco che tra buona ispirazione e felice scelta del produttore risolleva il nome della band, casualmente a 30 anni praticamente esatti dal Get Close che, come spesso accade, diede il successo allontanando al contempo i fan della prim’ora.
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