Recensioni

7.2

C’è qualcosa di impalpabilmente seducente nei Priests. Sarà la spontanea irriverenza anti-trumpiana, anti-capitalistica, anti-gerarchica e anti-repressiva, da sempre cifra distintiva dei loro EP pubblicati dal 2011 a oggi. Sarà che la vicinanza alla culla del potere degli States – la band proviene da Washingston D. C. ma ne conosce anche l’esclusa e alienata periferia – ha alimentato un’esortazione al dissenso sulla base di un (rinato?) punk che non ha nulla di affettato, ma è genuinamente riottoso e incarna la differenza tra la vuota emulazione e la salda assimilazione di una tradizione musicale. Questo primo disco decreta la loro ricerca della più totale libertà espressiva, senza vincoli – prova ne è il fatto che è pubblicato dalla loro stessa etichetta, la Sister Polygon Records – anche per scelte di genere: i fondamenti punk e post-punk non rimangono rinchiusi nei loro schemi ma si mescolano con cospicui elementi traslati dal turbolento noise-rock, dall’indie e, perché no, anche dal jazz.

Sarà anche la voce di Katie Alice Greer, frontgirl dal carisma magnetico e dalla voce potente, più volte accostata a Kathleen Hanna (dei Bikini Kill) ma anche alla Kim Gordon dei Sonic Youth soprattutto in No Big Bang, traccia che può catapultare noi italiani nel passato dei CCCP quanto nei più recenti Luminal per la tipologia di forma canzone parlata, incazzata, densa. Ma oltre a urlare rabbia e frustrazioni con immediatezza per raccontare l’orrore del quotidiano, la Greer dimostra anche di saper cantare divinamente, come in Jj.

In questa caccia al tesoro di un realismo musicale quanto più aderente a ciò che loro osservano nel mondo (con sguardo disincantato, sebbene ancora combattente), concorre il rifiuto di mode e meccanismi identitari che emerge sia dai testi («I thought I was a cowboy because I smoked Reds») che dalle scelte stilistiche: di riferimenti potremmo trovarne molti, ma pochi sono calzanti al cento per cento. Quindi si passa dalla batteria swing in stile Sing Sing Sing del primo brano dell’album, Appropriate, al sax di Luke Stewart così come al climax disordinato di chitarre distorte ai limiti del fastidio, fino all’indie rock à la DIIV della title track, passando per il genere che andava contro a ciò che andava contro, ovvero la no wave dei Teenage Jesus and the Jerks, giungendo al ritmo di Lust for Life di Iggy Pop e addirittura all’estasi dell’Interlude, traccia dreamy ed evocativa.

Engagè nei testi, ma lontani dalle utopie sociali à la Bob Geldof, i Priests posseggono il sarcasmo del punk – ma senza strafottenza – e la nichilista interpretazione del presente. «Come on nothing, come on surface meaning, come on cash grab, safety masturbating» nel brano Pink White House possiede un’aura simile del verso «Accept the triumph of the machine» di Puff, traccia che sottintende il fallimento del tecno-utopismo e dell’ottimismo del progresso e lascia intravedere la distopica visione del mondo della band.

Un’urgenza espressiva, quella dei Priests, che ha dato vita già tre anni fa a testi irriverenti come «Barack Obama killed something in me» e a fare una critica feroce a Trump ancora prima che venisse eletto. Quella zona grigia tra l’urlo di disperazione e l’agitazione potrebbe accomunare i Priests a gruppi come le Pussy Riot, sebbene ora il collettivo russo capitanato da Nadja Tolokno musicalmente parlando abbia virato verso terreni più pop. «Nothing Feels Natural», ci dicono, ma in realtà qualcosa di naturale c’è, ed è la loro necessità di andare contro, al servizio di un’idea. A questo punto, ci si chiede se vedremo mai scritto sui muri: «Make punk great again».

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