Live Report

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Niente si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Il 5 Dicembre scorso si è registrato uno dei più critici casi di maldipancia collettivi e simultanei dell’intero globo terrestre: la comunità scientifica, preoccupata, ha convocato una serie di simposi sparsi per il continente europeo e atti a dare un significato, un sintomo, un volto a questa incredibile ondata di indisposizioni intestinali.

Il faber dietro a tutto questo risponde al nome di Gabi Ruiz, da anni lìder maximo del Primavera Sound, sagace e provocatorio stratega che se non fosse per il suo amore per la musica potrebbe benissimo essere il capo ufficio stampa di qualche regime dittatoriale centroamericano. Il sadico Ruiz ha infatti giocato con le emozioni, le fisime e le alte aspettative di tutti i primaveristi della prima ora, costando loro in quel funesto pomeriggio ore di riposino pomeridiano, di lavoro arretrato, di compiti e obblighi da fare, di spese da portare a casa, riducendoli poi in un ammasso fumante e gorgogliante di triste poltiglia al pomposo annuncio stile Gus Van Sant meets average Adidas commercial che si vantava dei vari J Balvin, Rosalia e Cardi B (poi defenestrata, nonostante la corposa stazza anteriore) – oltre a una serie di nomi più o meno noti ad essi legati per filiazione di stampo ultrapop e tanto glitteroso da far male agli occhi, il tutto poi impacchettato bel bello con il titolone altisonante di THE NEW NORMAL. E a noi “vecchi”? Qualche gran nome già visto e sentito (Tame Impala, Interpol), qualche piacevole ritorno (Jawbreaker, Guided by Voices), qualche piccola rivalsa nel terreno nemico (Danny Brown, JPEGMAFIA), niente che comunque avesse a che vedere con il banchetto orgiastico delle precedenti edizioni.

Insomma, il dubbio che ha traghettato le nostre coscienze, illuse sconfitte poi abbandonate, da quel freddo Dicembre a un Maggio piovoso e pieno di incognite è stato: il Primavera Sound sarà ancora casa nostra? sarà quel posto? La risposta dopo quest’ultima edizione: scemi noi, ad averne dubitato.

Perché in fondo, anche a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca; ecco, in zona Fòrum, si fa peccato e basta. A lustri di distanza dalle narrazioni epiche delle prime volte in cui il festival catalano ha iniziato a farsi notare e a segnare di un rosso sangue acceso il proprio puntino sulla mappa dei luoghi in cui essere, ad anni dalle performance storiche di Neil Young, dei Sonic Youth, delle innumerevoli comparsate di Pulp, Deerhunter e soci, dal concerto-fiume dei Cure, il dubbio era se tutto quel titanico sforzo fosse servito a qualcosa, partendo da un’idea di festival totalmente indipendente (dai primi anni al Poble Espanyol, e sono sicuro che neanche un terzo di voi che legge c’era – compreso chi scrive), arrivando invece a una celebrazione ultrapop da rotocalchi e atta a strizzare lascivamente l’occhietto alle questioni di gender equality e altre cose per cui è pure giusto che la musica si attivi, ma non le chitarre, non i feedback, non gli antieroi, gli underdogs. I nostri underdogs.

Dài, sinceri, immaginatevi chessò, uno Steve Albini che al tiepido sole di un tardo pomeriggio barcellonese, tutto ricurvo sulla propria chitarra e madido di sudore, con le lenti degli spessi occhiali quadrati umide e appannate, si mette a fare una tirata sul no gender, sull’integrazione culturale… insomma, non è proprio credibile. L’unica cosa che il buon zio Steve (ovviamente inamovibile in ogni edizione) si è premurato di comunicarci dall’alto del suo palco è, in parole spicce: “trombate”. Che in fondo, al di là dell’aspetto triviale, potrebbe porsi come buon ponte tra il Peace & Love sessantottino e la nuova ondata, questo New Normal che tanto ha fatto consumare inchiostro e parole alla stampa locale e non. Credo d’altronde che non ci sia stato anno più chiacchierato di questo, in Spagna: ogni mattina (per così dire via, primo pomeriggio) mi svegliavo e notavo dall’edicolante sotto il mio appartamento nel placido quartiere residenziale La Pau un nuovo titolo de El Paìs o di altri quotidiani locali dedicati al Primavera Sound, segno evidente che la macchina mediatica attorno al festival sta finalmente attivandosi in maniera opportuna per quelle che sono le mire e le ambizioni nell’immediato futuro del festival.

Eppure, ci sono cose che ancora non mi quadrano, delle piacevoli stonature, dei mezzi toni jazzistici che messi lì in mezzo alla marmaglia hanno il loro perché, e ancora spiegano l’allure magica e inafferrabile della tre giorni: in primis, la sensazione netta che ci fosse meno gente dell’anno scorso (parliamo sempre di più di 200mila cristiani all’anno), a dispetto delle preoccupazioni riguardanti un pubblico per così dire generalista, moscerini attratti dalla grande lanterna dei nomi urban e nazionalpopolari presenti soprattutto il sabato. Eppure, sarà l’efficienza incrementata di stagione in stagione dall’apparato organizzativo, per quanto riguarda i servizi e le disponibilità, ma quest’anno è andata incredibilmente liscia, ovvero, concretamente: meno code per bagni/bar, meno calca ai concerti, un minor tempo di transumanza di palco in palco, e tante altre piccole cose che, seppur insignificanti, incidono e non di poco sulla godibilità di un’esperienza del genere – un po’ come i secondi nella F1, sono pochi ma cambiano drasticamente il corso di una gara in atto.

Poi, dal punto di vista delle performance e degli act impegnati (che è l’aspetto che più vi interessa, ne sono sicuro), possiamo ammettere che questo New Normal sia stato una sorta di valore simbolico aggiunto un po’ per chi il festival se lo è vissuto, e non tanto per chi se ne stava sul palco a sgambettare/sculettare/saltare/percuotere uno strumento x: il pubblico, al solito squisito, ultra-friendly e molto rispettoso, ha risposto con entusiasmo e partecipazione. Per dire, nel pit di Solange, poco prima dell’inizio del concerto, ho sentito parlare una coppia di ragazzi, un lui e una lei, diciamo sulla ventina, del festival fino a quel punto (eravamo a Sabato, in tarda serata). A un certo punto, un altro tizio esce dalla calca con un boccale di birra in mano, facendo slalom tra le persone già ben piazzate per l’atteso evento: il tipo mi sorpassa gentilmente, con un passo a lato degno dei più graziati schermidori, poi, con lo stesso aplomb, passa in mezzo ai due ragazzi, chiedendo permesso e scusandosi per il “disturbo”. “Vedi”, dice lui a lei, “quel ragazzo ci è passato in mezzo e ha chiesto scusa. Qui tutti chiedono scusa, nessuno ti passa avanti nelle file… questo è uno dei motivi per cui è il miglior festival al mondo”. E insomma, son piccolezze direte voi, ma per me sono quelle cose apparentemente insignificanti, che sommate creano una sorta di immaginario magico, felliniano, quell’isola felice di cui scrivevo in apertura, e che in molti faticavano a credere che sarebbe resistita all’orda dei nuovi pargoli.

The Place to Be.

Anche il corpulento frontman del gruppo post-hardcore Fucked Up, durante un infiammatissimo set alla Sala Apolo il mercoledì sera, ci ha tenuto a sottolineare questa qualità, quasi sovrannaturale, del PS: far sentire tutti, dal pubblico agli addetti ai lavori, come se fossero a casa. Infatti, i gruppi spesso e volentieri tornano a suonare, e ci tengono pure a fare una miglior figura della volta precedente: per questo, i Fucked Up hanno tirato su un concerto allucinante, così come hanno fatto i Suede, con un Bret Anderson oserei dire kryptoniano, o dei Primal Scream che, come Giano Bifronte, hanno omaggiato il compianto Roky Erickson con metà set molto rock ‘n roll (a dispetto delle dichiarazioni forti di Gillespie), e nell’altra metà ci hanno riportati ai rave della Madchester dei primi Novanta.

The New Nineties.

Ecco, appunto, i Novanta: se dapprincipio era sorto lo scontro ideologico tra New Normal e vecchia guardia (rinominata con sagacia poi Old Normal), col senno di poi queste patetiche dicotomie sono state azzerate totalmente da prestazioni luminosissime di molti “zii”: i Jawbreaker, introdotti dal tema sempiterno di The Warriors (I Guerrieri della Notte di Walter Hill, 1979), hanno spaccato e non poco, stessa cosa per gli Shellac (ma non ci sarebbe neanche il bisogno di sottolinearlo), per i June of 44 (che non sono riuscito a vedere ma che mi hanno riferito essere stati molto generosi nella performance), per gli incommensurabili Carcass (che ve lo dico a fare), per degli intensissimi Suede come già detto (scaletta all killer no filler), per i grandi Guided By Voices, per Nas (che ha raccolto forse la platea più gremita al meraviglioso palco Ray Ban), per degli Stereolab commoventi, veramente di un altro pianeta; in generale, per i portabandiera di una generazione magica, che ha ancora molto da dare, e che effettivamente pareva rivitalizzata da un rinnovato interesse estetico (basti guardare le salopette scolorate e le t-shirt oversize di Pull and Bear, sponsor “tecnico” del PS quest’anno) e culturale per i Nineties. Avremmo voluto dire la stessa cosa per il buon Malkmus (che sarà super protagonista nella reunion dei Pavement nella prossima edizione) e per i Built to Spill (gli unici quest’anno a riproporre la consolidata formula che ha reso il PS un posto speciale, ovvero quella di risuonare un album storico per intero), ma non si può pretendere tutto dalla vita.

Insomma, se questa fosse una partita di calcetto, il risultato sarebbe vecchietti 10 giovincelli 0 (o quasi): vedere questi cinquantenni rivoltare l’audience come un calzino, mentre sul palco Pitchfork o sul Primavera Stage hai le Soccer Mommy o le Snail Mail del caso (per fare due nomi) che più che voglia di ribellione e energia positiva ti trasmettono una buona iniezione sottocutanea di acido lattico, ecco, non fa ben sperare per il futuro del nostro amato (e dato più volte per spacciato) rock ‘n roll. Volendo fare uno sforzo sovrumano, ci resta ormai difficile rintracciare quei germi di impetuosità nelle trame spaziali e raffinatissime dei Tame Impala, perfetti come sempre, da diventare quasi glaciali, “scaldati” soltanto da un comparto luci da Guerre Stellari, o nel folk-psych passivoaggressivo dei newyorchesi Big Thief; è tuttavia un sollievo notare che l’hip hop sovrano in questa edizione non sia solo twerk e vocoder, ma anche sana irrequietezza adolescenziale (slowthai) e furia cieca (JPEGMAFIA, forse il miglior act del sabato e del festival tutto). Oltre a questo, fa piacere e rassicura pensare che il black heritage giaccia tra le sinuose configurazioni coreografiche di FKA Twigs, oppure nei volteggi jazzistici di Shabaka Hutchings, un vero e proprio dio in terra (travolgente con i Sons of Kemet, semplicemente di un altro pianeta con i Comet is Coming).

Saranno loro i nuovi portatori di luce? Probabilmente si. In ogni caso, abituiamoci al cambiamento, perché potremmo respirare la stessa aria salmastra e benefica del Mediterraneo nell’anno del ventennale, con un’edizione che il genio del male Ruiz ha preannunciato come “celebrativa”, oltre che internazionale: alla succursale losangelina per Settembre 2020 se ne aggiungerà un’ulteriore (si ventila l’ipotesi londinese).

Da lì in poi, saremo tutti New Normal.

6 Giugno 2019
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