Recensioni

Prins Thomas torna su Smalltown Supersound dopo Principe Del Norte e a due anni dal quinto volume della sua discografia (Prins Thomas 5), uscito per la sua personale Musikk; in mezzo ci son stati due album in collaborazione rispettivamente con il nume tutelare Bjørn Torske e il pluripremiato pianista nu jazz norvegese Bugge Wesseltoft.
Curioso come uno dei rari dischi non numerati della sua discografia album s’intitoli Ambitions. Che ambizione si nasconderà nel navigare bendati all’interno di una palla di vetro delle nostalgie? Idm, jazz, synth, pop, dream, krautrock, kosmische, ambient, 70s soundtrack… Una fusione a freddo di umano e sintetica spalmata in una linea temporale dove il sole è a picco su un mare calmissimo, un attimo eterno: questa in sostanza la cosmic disco; girarla sui ritmi piuttosto che sull’ambient, metterci più strumenti (basso, batteria, chitarra) e meno macchine dovrebbe essere questione di leve e bottoni, a questo punto.
Thomas, che di recente ha aggiunto all’intingolo una spruzzata di pop e della fusion altezza Pet Metheny, queste musiche le ha sempre immaginate psichedeliche, un po’ di Saturno qui e un po’ di percussioni là, una chitarrina spalmata al sole, i minimalismi e il synth-o-rama analogico. Eppure Ambitions con le sue pacate progressioni, le concise metronomie percussive à la Jaki Liebezeit, l’incastro colorato di strumenti e sintetizzatori altezza Cluster e Harmonia, più che un disco cosmic potremo considerarlo un prequel di quello, un tardo prodotto krautrock, un culto che si immagina tale e a tal status vorrebbe ambire. Ne sarà all’altezza? Manuel Göttsching torna ancora utile, ma non è E2-E4 il termine di paragone più lampante, non questa volta. Proprio come accadeva in 5, pare esserci il lavoro di una ordinata band dietro a quest’album nato, in verità, da session solitarie (con sovraincisioni) in alberghi, appartamenti e aerei durante tour e soggiorni in giro per il mondo. Non doveva manco veder la luce, a leggere la press, ma in seguito il boss di Smallsound Joakim Haugland ha fatto una cernita delle tracce migliori e messo a disposizione uno studio vero e proprio per finalizzarle. Per i fan ci sono due chicche: Feel A Love, forse il suo pezzo più “pop” (virgolette d’obbligo) sviluppato a partire da un sample di un’omonima canzone di una regina nordica della disco dei 70s/80s, Alex (Naumik), e Sakral, dove torna Wesseltoft a jammare (col Rhodes), in sobria eleganza, con il Nostro. In mezzo c’è del funky (XSB) e soprattutto due tracce di una decina di minuti tra quartomondismi e tropicalismo (la title track) e un’avvolgente nu disco in cassa dritta (Fra Miami til Chicago).
A quasi 10 anni dal primo capitolo della sua discografia, di Thomas Moen Hermansen s’apprezza l’approccio botanico alla materia e, in particolare all’interno di questa tracklist, ne troviamo forse i migliori e più maturi esempi. Nei suoi confronti rimane comunque un sospetto: che dietro a questa rigogliosa fitopoiesi si nasconda una autocompiaciuta, e anche un po’ scazzata, posa bohémien? La sua discografia, fin dall’inizio, non è altro che un consapevole percorso che porta al vicolo cieco della retromania, ma lasciando stare in questa sede prospettive e bilanci, questo disco è il migliore di Thomas dopo Principe Del Norte, che rimane il suo magnum opus (o la sua fantozziana Corazzata Potëmkin, a seconda dei punti di vista).
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