Recensioni

Tornano a sorpresa i Procol Harum con un disco che si intitola Novum, parola il cui significato tutti possono intendere, non c’è bisogno di essere ferrati nella lingua di Cicerone. Eppure pretendere di trovare qualcosa di nuovo/novum nel primo album del gruppo inglese in quattordici anni sarebbe una follia. Sono davvero tanti, quattordici anni; una quantità di tempo buona a trascinare nell’oltretomba qualche falange dei fan della prima ora – i Procol Harum hanno esordito nel 1967, è passato mezzo secolo! – e di sicuro quello che offre questo disco non farà guadagnare alla band nessun nuovo accolito che non sia più vicino alla pensione che all’iscrizione all’università.
Ma l’appellativo di storico, invero per una mancanza, questo lavoro se lo guadagna: perché è il primo senza l’apporto di Keith Reid, che comunque è vivo e ci auguriamo vegeto. Reid è colui che ha scritto ogni parola cantata dalla band fino alla registrazione di Novum, con Gary Brooker a restare l’unico dei Procol Harum degli albori in formazione, benché la sua voce (tratto distintivo del gruppo) oramai cominci a dare segni di logorio. Tirando le somme, parrebbe non restare altro che emanare un giudizio di condanna senza appello e chiudere il faldone, ma all’atto pratico le cose non sono così drammatiche, non fino al punto da confinare Gary Brooker & soci nello stesso braccio dove andrebbero ficcati, ad esempio, gli ultimi Mike Rutherford e Ian Anderson e rispettive bande di malfattori sonori. Laddove Anderson mette in pratica una mossa meno nuova del latino per spillare soldi dalle tasche dei fan più ostinati, e Mike Rutherford, non avendone più, si cimenta con un pop che ne ha meno di lui, i Procol Harum non si spacciano per altro se non ciò che sono sempre stati, evitando così di imbellettarsi col make-up e rincorrere i trend del momento o di sfornare una hit radiofonica che non sarebbero in grado di rabberciare.
Novum non si distingue dagli altri dischi della band, cosa che può anche non deludere poiché indice di coerenza e fedeltà. Ammesso che coerenza e fedeltà siano sempre un pregio. Ma da qui a consigliare di gettarsi alla spasmodica ricerca di Novum per arricchire la propria collezione musicale ce ne passa. Ma un po’ di suoni vintage, organo e pianoforte su tutti, qualche bel riff e assolo di chitarra, e una manciata di brani che crescono ai ripetuti ascolti, si contano. L’iniziale I Told On You, che apre proprio con alcune note solitarie di pianoforte e la voce di Gary Brooker (il migliore incipit possibile), e si sviluppa un po’ à la Supertramp orfani di Roger Hodgson, la cadenzata Image Of The Beast, il breve pastiche che mischia cajun e leggerezza opponendosi alla dirimpettaia, classica, seriosità di Sunday Morning, le venature hard-blues di Can’t Say That e la bella chiusura per sola voce pianoforte di Somewhen, sono le cose che restano.
E poiché tutto suggerisce che questo potrebbe essere l’ultimo disco della band – considerati i tempi intercorsi tra l’ultima e questa prova non ce ne stupiremmo – va almeno sottolineato che si chiude bottega con una certa dignità. Rien ne va plus.
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