• Set
    29
    2017

Album

Domino

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Interno notte. La sala di un bar, una stanza in mattoni rossa, semibuia. Quadri espressionisti di carneadi divorati dal tempo e dalla memoria, appesi alla calce con chiodi stentorei, nature morte, disegni della steppa infinita che paiono quasi un affronto, in quel guscio umido, in quell’antro oscuro.

I tavoli in legno tarlato, imbanditi di birre e oscuri calici, di potenti veleni, vassoi di cetrioli sottolio e salatini insapore, tozzi di pane, dita di whiskey, cimiteri vitrei in miniatura in cui giacciono le ceneri di soldati di nicotina e i resti dei loro colbacchi giallastri; quei tavoli, occupati da sagome in rilievo che si agitano, parlano pacatamente, ma il loro dialogare non è altro che uno stormo di api, un lieve e puntuto rumore che sbatte da una parte all’altra. La luce fievole delle vecchie lampade fende una lieve coltre di fumo passivo, che s’insinua nelle cavità degli astanti, vi si appiccica sulle giacche, si posa sulle poltrone consumate e offese da secoli di natiche ebbre. Il banco è umido, le bottiglie e le polverose ampolle sugli scaffali, stipati come reduci di guerra in un vagone della salvezza, tremano sotto le mitragliate secche e spietate di un rullante. Un’oscura, obliqua melodia si leva, e la voce baritonale del sacerdote snocciola salmi, e inveisce contro Babilonia, i potenti, il male. Il Male. La cerimonia ha inizio: in quello che potrebbe essere un pub qualsiasi, o un locale periferico – l’habitat in cui quattro Martiri da Detroit hanno rafforzato la propria ossatura e il loro status di spietato esercito della salvezza in costante marcia – , si consuma il rito di padre Joe Casey e i suoi discepoli.

Figli di una grande depressione che, dalle parti del Michigan, pare non essere mai stata sciacquata via dalle torbide e velenose acque del canale, i Protomartyr proseguono la loro crociata giungendo, con questo Relatives in Descent, alla quarta prova in studio. Nel loro humus di verbosità taglienti, visioni mistico-filosofiche e brutali quadretti grandguignoleschi, alt-rock intellettuale e punk sudicio e viscerale, il quartetto di Detroit vive nella contraddizione in un camaleontismo che è motivo di vanto e forza. Non a caso, la band ha organizzato (spalleggiata da altre formazioni quali Preoccupations e METZ) il release party dell’album sulla Detroit Princess Riverboat, un battello a cinque stelle che è un po’ il simbolo della medio-alta borghesia da quelle parti, e l’ha riempito di stempiati punk della prima ora, mostriciattoli assortiti e pit sudatissimi.

La veemenza sofferta con cui Casey sprona il pubblico inerme va oltre la posa e il gesto plateale. Il frontman sbraita, suda sotto un liso e appiccicoso camice nero e la sua maieutica estrapola concetti alti per una musica bassa, bassissima, profonda, che quasi raschia il morto. L’amalgama sonora si fa più densa in questa fatica, a tratti spaventosamente roboante (il crescendo tellurico di Up the Tower), la produzione, affidata a Sonny DiPerri (già al lavoro con i Dirty Projectors), è corposa, vivida o comunque meno essenziale rispetto al passato.

Eppure, anche da queste parti, dove c’è più atmosfera, più tastiere, più ambiente, più drama, più luci rispetto al precedente The Agent Intellect, sono le parole ad essere importanti e, ancora una volta tagliano, come rasoi: in A Private Understanding, il Nostro promette solennemente: “I don’t wanna hear those vile trumpets anymore”. Il riferimento è ovvio (nel brano si accosta pure, in maniera efficace, la gloriosa e dorata Trump Tower alla sopracitata torre di Babilonia), e le trombe che in questi tempi squillano impunite, sono solo fischi di peti e poca cosa per chi ha orecchie buone; qui squillano soprattutto le chitarre (nell’impietosa cronaca urbana di The Chuckler, nella brillante Don’t go to Anacita), con suoni atonali e sbilenchi che riconducono l’ascoltatore tra le braccia fredde, bucate, ossute di una madre punk mai realmente dimenticata.

Le trame labirintiche e nebulose dei Protomartyr le abbiamo ben in testa, sin dall’ottimo Under Color of Official Right (2014), e qui si ripetono in schemi continui: nel mantra galoppante e ossessivo di Here is the Thing (“il 2017 è l’anno dei tromboni”), nella sincope di Corpses in Regalia (che scomoda pure sua santità Zappa) o nel climax di My Children (“Tell my Children they ain’t got no future”, ripete Casey, con la lucida disillusione di un bluesman del delta). La crudeltà di questo gioco sta nel fatto che la linea che separa la paura, la preoccupazione e l’ansia dal sadismo e dal black humour è quasi impercettibile, e i nostri (nonostante la corpulenta stazza) riescono a rimanervi in perfetto equilibrio.

Casey, che nel suo essere così profondamente sincero e critico quando riversa vocaboli biliosi nei suoi salmi, con rivoli di bava ai lati della bocca e un alito che sa di torba, è il vero Cerbero della nostra epoca; una figura così schietta da sembrare anacronistica, ci mancava forse dai tempi di Mark E. Smith (con il quale spartisce la timbrica e a cui pare effettivamente ispirarsi). Come un nuovo anfitrione di Detroit, il frontman coglie i drappi sdruciti e offesi di quella tradizione urbana (l’urlo belluino che viene dal ghetto dello zio Iguana, le battaglie armate in strada degli MC5) senza perdersi nel ginepraio della propaganda politica ma inzuppando i suoi proclami nelle spire tortuose della sua backing band, il suo coro greco.

Nella sua colta disperazione, il Nostro cita Eraclito (pantha rei), lasciando un vago filo di speranza appeso all’unico sentimento che ci mantiene vivi e ci fa lottare, “L’amor che move il sole e le altre stelle”: “She’s just trying to reach you”, è il leitmotiv di Relatives in Descent, ripetuto nel finale della sopracitata A Private Understanding, e in quello della traccia che chiude l’album, Half Sister. Nel decadimento dei valori, abbiamo tutti un qualcosa per cui lottare, qualcosa che ci attende, o che tenta di raggiungere le nostre coscienze.

2 Ottobre 2017
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