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7.4

Romanzandola un po’, la nascita dei Protomartyr è avvenuta così. Joe Casey è un 35enne senza figli e a suo dire senza futuro, gira per i pub di Detroit e beve perché non c’è un gran che da fare in città (torna in mente lo scorcio desolante che ci ha mostrato Jarmusch nel borioso Solo gli amanti sopravvivono). A questo punto, il Nostro arriva a un bivio: o mettersi davanti al computer a vomitare post sul mondo, la politica, eccetera eccetera, o formare una band. Sceglie la seconda strada. Gli piacciono Mark. E. Smith, Wire e Pere Ubu, non ha nessuna esperienza, sa solo che farà il cantante perché di suonare non se ne parla, e una sera trova al pub tre ragazzi di una decina d’anni più giovani di lui che si fanno chiamare Butt Babies, anche loro di Detroit, anche loro alla prima esperienza in un gruppo. Suonano senza infamia e senza lode ma i tre piacciono al buon Casey, che li assolda; nascono i Protomartyr e grazie a questo divario generazionale nasce anche la scintilla che in pochi anni fa passare la band dagli onori dei pub a quelli della stampa, dell’America e anche dell’Europa.

È giusto raccontare questa gestazione perché sia chiaro come all’interno del gruppo convivano due anime: da una parte Casey, che fa il crooner e si ispira al post punk inglese (si è detto di Mark. E. Smith ed è vero, anzi verissimo, ma anche gli Sleaford Mods con tutte quelle birre da palco), dall’altra i tre garzoni di bottega che hanno occhi e orecchi ben piantati nella contemporaneità e, specie in questo The Agent Intellect, offrono varietà punk dagli Iceage più malleabili in Clandestine Time fino ai riff dei Parquet Courts nell’incipit di I Forgive You, dimostrando di poterci stare benissimo in mezzo. Ciliegina sulla torta, certi umori che variano dalla classica depressione Joy Division (comunque ben rappresentata) in brani come Dope Cloud, che è uno dei pezzi più sognanti del lotto nonostante le accettate finali di Casey (“you dedicated you life to prayer, you suffered in silent there, it’s not gonna save you man”) o Ellen e il suo romanticismo dall’oltretomba, il punto più intimo anche in termini di testi.

Il bilancio finale conta dodici canzoni spoglie e dirette come il post-punk dev’essere, ma con piglio pop e senza una nota fuori posto. Il miglior disco prodotto sinora dai quattro.

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