Recensioni

5.8

A quattro anni di distanza dall’esordio Scrapbook no.1 tornano in studio gli Psychic Markers, supergruppo londinese formato da membri di band come Still Corners, My Sad Captains, Great Ytene e Grass House. Hardly Strangers arriva dopo un lasso temporale in cui la band ha ricevuto l’endorsement di colleghi come Ulrika Spacek, Morgan Delt, Girl Ray e Homeshake, culminato nella partecipazione (davvero ben ricambiata) all’End of the road festival dello scorso anno. Nei dieci brani del lavoro è sintetizzato tutto l’eclettismo che i diversi background dei componenti hanno portato alla causa della band: dream, indie pop, americana e quel tocco di psichedelia sempre presente in ogni produzione. A differenza del precedente album però, stavolta la componente cinematica e a tratti spettrale che si mescola a melodie doo-wop gioca un ruolo fondamentale nel dare all’intera produzione un velo di passatismo che echeggia anche certe atmosfere dichiaratamente kraut.

La bella title-track corrisponde a quanto poc’anzi descritto, con l’affascinante e calda voce di Dove a sospingere un climax mutevole ed energicamente post-punk. Tuttavia questo episodio resta isolato in un pastiche che ricorda a volte i New Order (Pyraminds), altre i Timber Timbre (Creepin’, Fields of abstraction), John Maus (Play it safe) o (lontanamente) anche Ariel Pink (Dreaming). Nei troppi reminder si perde la personalità tanto agognata in questo secondo lavoro. Decisamente troppo poco per una band così descritta sulle pagine della stessa Bella Union: «Psychic Markers are not a genre band but instead one that is driven by a collective psyche, where the rule of friendship and instinctive democracy trumps any forced idea of aesthetic».

Le idee sono buone ma ancora poco coese: Hardly Strangers è indubbiamente un passo in avanti rispetto all’esordio, ma lo sforzo infuso non riesce ancora a sollevare il quintetto londinese da un terreno paludoso e poco identitario.

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