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Giusto quindici anni fa, giorno più giorno meno, i Queens of the Stone Age pubblicavano uno dei dischi (pochi) che hanno definito il rock con le chitarre del XXI secolo e ci hanno illuso a un certo punto che il rock stesso a quei livelli mainstream avesse ancora molto da dire e un futuro più che luminoso. Il Songs for the Deaf che con la sua aria un po’ concept, la formazione rimpinguata da innesti all-star e le sue vigorose canzoni fece gridare – anche giustamente – al capolavoro ed è rimasto il vertice della carriera della band di Joshua Homme, ci metteva a confronto con una grande sintesi di tutto l’heavy rock, dai predecessori fino alle sue filiazioni creative – come il desert rock californiano detto altrimenti stoner e il grunge di Seattle (erano della partita pure Mark Lanegan e Dave Grohl) –, e con le sue varie diramazioni: il rock blues più roccioso, la psichedelia pesante ma pure il bubblepunk agile e veloce. Tutto questo rimane, seppur stemperato.

Tre lustri e un po’ di dischi dopo – che hanno ridimensionato un po’ tutta quanta la faccenda – in quella che dal precedente Like Clockwork a oggi sembra configurarsi come una svolta “pop” per Homme compagni, Villains segna una ripresa e s’aggiudica qualche tacca di gradimento in più rispetto al suo immediato predecessore. In azione c’è un ensemble compatto ed elegante che suona irrimediabilmente meno duro, ma che è a suo agio nel rielaborare l’hard rock (riff potenti, ostinati, scale blues e distorsioni saturanti) con il pop, ovvero il gusto per la melodia, le armonie vocali e l’arrangiamento, e l’elasticità nell’uso delle fonti creative: il senso per il blues (The Way You Used to Do sarebbe stata un singoletto non male di brit blues anni ’60), o il funk (Feet Don’t Fail Me), il soul (Domesticated Animals) e poi il rockabilly (Head Like a Haunted House), la psichedelia d’annata (Fortress) e pure gli scampoli di glam di una Un-Reborn Again. Fino ai due pezzi “lunghi” finali – la rock suite di The Evil Has Landed e il romanticismo (!) della quasi title-track Villains of Circumstance – che sono lo yin e lo yang di questa versione 2017 dei QOTSA: una band con meno deliri punk e mammoth riffs, concentrata su canzoni più strutturate e sicuramente ben scritte, per un risultato un po’ cerchiobottista sì, anche se con un misto ben equilibrato di gusto e mestiere che depone a favore del loro lato pop.

A dirla tutta, la veste odierna dei Queens non dispiace. Per chi ama i giochi di parole questo disco sa essere sorprendentemente gradevole nonché gradevolmente sorprendente… più che i Black Sabbath e i Blue Cheer gli ex Kyuss di oggi ricordano (sempre più) i Cream (sensazione a tratti fortissima) nella loro versione più raffinata di studio che storicamente stava giusto un momento prima delle influenze heavy da cui partì tutto il percorso del post-stoner: a volte per fare un passo in là se ne fa uno indietro, per essere rétro – come di fatto ahinoi è oggi la musica rock quasi in toto – ma almeno senza suonare stantii.

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