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Raphael Bob-Waksberg non è un nome che ha certo bisogno di presentazioni, ma vi diamo comunque alcune coordinate essenziali: creatore e sceneggiatore di BoJack Horseman, serie Netflix definita dai più rivoluzionaria, è stato in grado di spingere l’animazione per adulti verso traguardi fino ad allora mai raggiunti, riuscendo abilmente a condensare nel racconto seriale storie che coinvolgessero temi come la depressione, la dipendenza da droghe e alcol, comportamento auto-distruttivo, razzismo e sessismo, nonché il ruolo che certi traumi infantili giocano nell’arco della nostra intera esistenza. Se nel prodotto con al centro l’egocentrico cavallo-uomo i riferimenti erano tra i più disparati – si va dai sempre amati Simpson a South Park, da Futurama a Daria, fino ad arrivare al più recente Archer – appare quasi naturale il passaggio a una diversa tecnica d’animazione per questo Undone. Scritta sempre da Bob-Waksberg con Kate Purdy, quest’ultima – realizzata stavolta per Amazon Prime Video – è infatti il risultato dell’unione tra diverse tecniche artistiche: recitazione in live-action, pittura a olio, animazione 2D, animazione 3D e animazione in rotoscoping. Non è un caso che tra i produttori coinvolti ci sia il team creativo dietro A Scanner Darkly, adattamento dell’omonimo romanzo di Philip K. Dick diretto da Richard Linklater e realizzato interamente sfruttando questa tecnica.

Perchè? Perché probabilmente questa storia non sarebbe potuta essere raccontata altrimenti. Alla base del materiale narrativo, infatti, c’è quel senso di realtà manipolabile e non univoca che permeava le opere dello scrittore californiano: sembra quasi di rivivere le stesse sensazioni che provavano i protagonisti di opere come Occhio nel cielo, Ubik o Valis. Man mano che avanziamo con gli episodi – otto in totale, della durata di una ventina di minuti, fattore che dona un ritmo forsennato alla narrazione come era stato già in Homecoming – diventa immediatamente palese che l’apparato fantascientifico è un pretesto per poter agevolare una fitta analisi psicologica di quasi tutti i personaggi messi in campo. Il perno è ovviamente la protagonista, Alma, la cui routine quotidiana le sta sempre più stretta, fino al raggiungimento del punto di rottura che la porta a un drammatico incidente automobilistico. Da qui comincerà ad avere visioni del padre, morto in un incidente anni prima, il quale le spiegherà come la realtà non è quello che sembra e che alcune persone – come gli sciamani delle antiche religioni dei nativi americani – sono in grado di vederla e interpretarla per quello che è: ovvero una serie non lineare di eventi, in cui passato, presente e futuro si mescolano senza soluzione di continuità.

In questo modo, Undone – anche grazie alla regia visionaria di Hisko Hulsing – diventa un lungo processo di auto-accettazione, di superamento dei traumi che governano le nostre vite, per imparare a guardare la nostra esistenza da una diversa angolazione, dal di fuori, capire il punto di vista altrui e scrollarsi di dosso ogni pretesa di protagonismo. Negli otto episodi vengono toccati temi come la difficoltà nelle relazioni interpersonali, la rigidità di una società consumistica, l’egoismo diffuso che plasma la nostra esistenza, la ricerca delle proprie radici e, ultimo ma non meno importante, quello della malattia, dal doppio filo-conduttore: quello che alimenta il codice da detective-story di alcuni episodi e il suo aspetto più drammatico, quando i suoi effetti diventano palesi ai personaggi che ruotano attorno ad Alma. Il non avere mai la certezza se le visioni – rese tangibili agli occhi dello spettatore appunto dalla tecnica del rotoscoping – siano il risultato dell’avanzare spedito della schizofrenia o magari il raggiungimento di un potere fino a quel momento latente della protagonista, fa sì che questa ambivalenza di fondo venga mantenuta fino alla fine, lasciando la scelta proprio a chi guarda, ma trasmettendo al contempo il punto di vista di chi è guardato.

15 Settembre 2019
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Richard Linklater

A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare

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