Recensioni

6.4

È inutile mentire: la musica di Regina Spektor oggi suona davvero fuori moda. Il suo genere, un indie-pop cantautorale con escursioni orchestrali, che tanto sembrava andare per la maggiore neanche dieci anni fa, è naufragato più o meno quando Zoey Deschanel è passata dalla musica alla sit-com. Quel pullulare entusiasta di cantautori “indie”, quella voglia di tornare alla forma canzone semplice (che più semplice non si può) oggi è un po’ nascosta dalle distorsioni espressive dei Bon Iver o dai viaggi spirituali di James Blake. Insomma, le ibridazioni hanno avuto la meglio e la coperta si è ristretta parecchio per chi (e bisogna darle merito per questo) si è ostinato per 15 anni e 7 dischi a ricalcare lo stesso schema con impercettibili variazioni.

Eppure il tutto sembra funzionare ancora piuttosto bene. Spektor, che in fin dei conti è una testa calda, si è costruita il suo pubblico, ha “viziato” i suoi fan con un rapporto heart to heart. Loro le hanno giurato eterna fedeltà, lei ha promesso loro dischi che suonassero sinceri, malinconici e, al solito, molto pop. Non si differenzia di molto dunque il nuovo lavoro dal titolo Remember Us To Life. C’è, però, un senso di riappropriazione di un sound lasciato un po’ in disparte in What We Saw From Cheap Seats e che si può riconnettere con gli esordi e con il masterpiece Begin To Hope. Non è un caso che l’opening Bleeding Heart possa figurare benissimo in un suo disco di anni fa. Il sound mieloso e sognante, intessuto maliziosamente da una vera sezione di archi, ci fa pensare a un disco genuino, che leva le sovrastrutture e le velleità che potevano appartenere al precedente (Oh Marcello) o alle composizioni da camera un po’ presuntuose di Far.

Come succede anche in What We Saw From Cheap Seats, però, i risultati migliori l’artista li ottiene quando lo storytelling si fa bambinesco e sembra quasi che si voglia far beffe di tutta la tradizione cantautorale. Brani come Older And Taller funzionano alla grande, sono pura essenza pop: se facessero un remake di 500 giorni insieme, il brano ci entrerebbe di diritto. Così come il successivo Grand Hotel, che sembra tirar fuori un topos della nativa di Mosca: l’hotel e la fascinazione dello spazio pubblico che si fa privato, della comunione di spazi solitamente destinati all’intimità. Anche qui, le doti da songwriter e, soprattutto, compositrice, emergono in pieno, fra la profondità degli accordi di piano e gli archi. La piccola novità sta in Small Bill$, un brano tutto in rima inspirato all’hip-hop che per certi versi ricorda M.I.A., per altri la sua collaborazione con Chance The Rapper. Degni di nota sono The Light – un brano etereo voce, falsetto e piano con un lunghissimo testo che riguarda cose semplici della vita, ma che forse, proprio per questa sua onestà, funziona e arriva dritto alle emozioni – e soprattutto Obsolete, incredibilmente intimo, filosofico («What am I? Why am I incomplete?») che ha forse in Chopin un antecedente nel suo essere così maliziosamente notturno.

La preoccupazione più grande, quando si ha a che fare con Regina Spektor, è che tutti i suoi album possano suonare troppo simili l’uno all’altro. Spektor non si evolve mai particolarmente, sicura del patto che ha stipulato con i suoi follower. Se sceglieremo di rispettare il patto, ci si schiuderà un mondo fatto di emozioni, abilità nel songwriting, piccole opere di composizione musicale, una voce terribilmente riconoscibile, album easy listening che però hanno sempre qualcosa in più del semplice easy listening. Dall’altra parte, nonostante singoli episodi notevoli, l’album (come spesso accade nel caso dell’artista in oggetto) manca di continuità, di colla. Sarebbe ingenuo aspettarsi di più, ma un po’ ci speriamo ogni volta.

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