Bon Iver (US)

Biografia

Chi si nasconde dietro la sigla Bon Iver? L’hipster romantico con la camicia a quadri che canta della fidanzatina che lo ha lasciato? Il giovane musicista che cerca nel rock la propria identità? Un duro e puro che schifa il sistema e cerca una propria via autarchica al music business? Lo schivo scultore di canzoni un po’ nerd che si innamora del software e manipola qualsiasi suono? Forse niente di tutto questo, e tutto questo insieme. Perché, se c’è un fatto che rimane centrale, al netto che si sia attratti o meno dalla sua produzione artistica, è che ogni volta che il Nostro ha messo su disco le sue canzoni, è sempre rimasto perfettamente riconoscibile, come se fosse riuscito a trovare la quadratura della propria boniveritudine. Dopo un esordio dal clamoroso successo, un disco con la band allargata, collaborazioni con mezzo mondo e un terzo disco quasi da producer elettronico, Bon Iver ha conquistato il mondo. Ma chi è Bon Iver?

Ieri, una vita fa: gli esordi dopo il letargo al gelo

Tutto inizia nel 2007, quando la voce di Justin Vernon/Bon Iver si nasconde tra le atmosfere delicate e ovattate dalla neve, in un mood da scavo interiore. Il suo è un mettersi a nudo, chitarra e voce, che dice dell’esigenza di alleviare il dolore, sentirsi meno soli. Sceso dalle montagne, ha l’aura di chi è stato nei boschi per meditare e torna alla civiltà dopo il contatto con la natura che è il mito letterario di Henry David Thoreau. Justin Vernon, in arte Bon Iver, si presenta in un momento storico di ritorno del folk, tra emuli degli Akron/Family, nostalgici del mito degli Appalacchi e un Sufjan Stevens che sta andando alla ricerca – chitarra folk alla mano – dell’essenza dei cinquanta stati d’America. Si presenta come un Christopher McCandless che Into the wild si è ritrovato, invece di perdersi per sempre. Si parte dal buon inverno, quindi, come dice il nome stesso: bon iver, la storpiatura di un’espressione francese (bon hiver) per augurare una buona stagione invernale, un’esclamazione che deriva da Northern Exposure, una serie TV ambientata in Alaska, andata in onda tra il 1990 e il 1995 e caratterizzata da scenari magici e personaggi a cavallo tra realtà e fantasia. Justin Vernon è l’anima, la voce, il cuore, le parole del progetto.

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Nato a Eau Claire, nel Wisconsin, il giovane musicista entra a far parte del gruppo Mount Vernon ai tempi della high school. Il gruppo comprendeva Phil Cook (DeYarmond Edison, Megafaun, Gayngs), Brad Cook (DeYarmond Edison, Megafaun) e Joe Westerlund (Megafaun, Grandma Sparrow) e in streaming sono disponibili alcuni video memorabilia, tra cui un’emblematica esibizione del 1999. In quel live, che coincide con il release party dell’album We Can Look Up, emergono i tratti che saranno caratteristici di Vernon: assieme all’energia e alla solarità del folk-country all’americana, il ragazzo si cimenta, chitarra e voce, in brani più delicati come l’accorata Shining, caratteristica quest’ultima che verrà approfondita nella successiva avventura, Deyarmond Edison, band formata assieme ai fratelli Brad e Phil Cook, incontrati nel 1997 all’H.O.R.D.E Festival. La formazione si orienta verso un indie folk intimista e bucolico, a tratti psichedelico, messo in mostra con due album – Deyarmond Edison (2002) e Silent Signs (2005) – interessanti ma non certo imprescindibili.

I Deyarmond Edison sono il classico gruppo di transizione nella crescita artistica di un musicista, con la sintonia musicale e umana tra i tre che si rompe definitivamente nel 2006. La band si trasferirà in Carolina del Nord, mentre Vernon si ritira nel Wisconsin in una casa tra i boschi di proprietà del padre per smaltire la fine di una storia d’amore ma anche per riprendersi dai postumi della mononucleosi. A quella casa – lo ribadirà continuamente – è fortemente legato: «Non posso immaginare di vivere lontano da qui», affermerà nel 2008 in un’intervista concessa a Pitchfork, nella quale ammette anche di «aver sempre bisogno di tornare a vivere in campagna», anche quando la vita e il mestiere di musicista lo portano sempre più spesso in città o fuori dai posti in cui è nato e cresciuto. La casa nel Wisconsin del resto, quasi come la casa del già citato Thoreau del Walden, è magnifica, immersa com’è in un paesaggio da cartolina. Ed è proprio qui che viene partorito il primo album a nome Bon Iver. Intitolato For Emma, Forever Ago, è un lavoro che traspone musicalmente un travaglio umano ed esistenziale durato quattro mesi, un periodo trascorso tagliando legna e cercando ispirazione nel dolore, grazie all’ausilio di una sola chitarra acustica e un rudimentale registratore.

La semplicità, pura e genuina del folk, assieme ad un falsetto che diventerà caratteristico, sono i tratti distintivi che lo avvicinano al nome già affermato di Iron & Wine. Al binomio chitarra/voce si aggiungeranno flauti e batteria nella agreste Flume (grazie a Christy Smith dei Raleigh’s), così come il West Coast sound – CSN e paraggi – di For Emma viene impreziosito dai fiati di John DeHaven e Randy Pingrey. Vernon sfrutta una scrittura immediata, simbiotica con l’ambiente che lo circonda, per rendere pubblico il proprio diario privato. La famosa Skynny Love, dal sapore tradizionalmente folk, contiene tutta la sofferenza e il dolore per un rapporto ormai terminato. Spiccano poi i flebili sussurri di Creature Fear e quel finale vittorioso, tutto stelle e strisce, che è re:stacks («This my excavation and today is Qumran»), nel quale la scoperta della propria anima viene paragonata a quella di un’antica comunità nel Mar Morto. Il disco tutto, del resto, è un gioco di metafore, immagini e allitterazioni, caratteristiche che mostrano fin da qui l’interesse di Vernon per la stratificazione di significati nei testi dei propri brani. L’album conquista inizialmente l’attenzione della label americana Jagjaguwar, che ha già in roster nomi come Dinosaur Jr, Sharon Van Etten Black Mountain, poi dell’europea 4AD. Ciò che colpisce di più però è il pubblico che si è raccolto numeroso attorno a lui, lo stesso che si innamorerà più avanti dei vari Lumineers e Mumford And Sons, e lo stesso che lo erge ora ad insindacabile santino sia per l’aspetto esteriore (vedi le camicione e il barbone), sia per quest’affondo nel folk più cristallino, bianco e purista, già papabile per i grandi palchi. Quando esce For Emma, Forever Ago non lo sappiamo ancora, ma di lì a poco verremo inondati di ukulele, chitarre acustiche e banjo. Di lì a pochissimo esordiranno anche i Fleet Foxes, band che godrà di un consenso notevole negli anni a venire e che manderà in mondovisione le camicie da boscaiolo, portandosi dietro la musica degli Appalacchi. E Vernon pare già odorarlo quel successo, consapevole com’è dei rischi di rimanere invischiato in questa dimensione intimista e, suo malgrado, di moda. Ci proverà due volte a uscirne, anzi tre, tentando strade differenti ma non svoltando mai completamente rispetto al folk.

Nel 2009, sempre col moniker Bon Iver, esce l’EP Blood Bank, disco dalle caratteristiche basali dell’acclamato esordio lungo ma giocato su una variante più sperimentale, non più solo legata alla chitarra acustica. Nel frattempo, Vernon arruola alcuni membri del collettivo post-rock Collections of Colonies of Bees e fonda un altro progetto, i Volcano Choir, con i quali cerca un affondo più rock senza rinunciare al caratteristico impianto arrangiativo e canoro di Bon Iver. Sotto questa ragione sociale usciranno due album intervallati da una pausa piuttosto significativa: Unmpap (2009) e Repave (2013), entrambi caratterizzati da una comune mancanza di quadratura. In sostanza, le due anime del gruppo fanno fatica a conciliarsi: alla band risulta difficile sacrificare le cadenze post-rock in favore di un rock maggiormente melodico, mentre a Vernon risulta altrettanto complicato far convivere intimismi e falsetto in qualcosa di più energico ed esplosivo (Seeplymouth, Island, Is). In mezzo ai due dischi, inoltre, c’è la pubblicazione del secondo album targato Bon Iver, la dimostrazione, se non altro, che lo sperimentalismo sviluppato nel progetto, soprattutto nella sua prima parte, a qualcosa è servito.

Big band for a one man show

Il tanto atteso seguito di For Emma, Forever Ago esce a giugno del 2011 e, come a voler marcare un solco ancor più profondo dell’esordio, è omonimo: quasi un altro manifesto. La chitarra è ancora saldamente al centro della musica, ma lo smarcamento dai territori più cari al folk è forte. Continuando l’avvicinamento al mondo del rock, vengono introdotti arrangiamenti elettrici, ma anche un po’ di elettronica e di elettro-soul. Non per caso, verrebbe da dire: l’anno precedente la pubblicazione del disco, Vernon è comparso nei crediti del brano Lost In The World di My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye West: da qui deriva il flirt che diventerà amore conclamato per l’autotune e la manipolazione della voce. Nel frattempo, Justin ha aggiunto tre elementi alla band: Mike Noyce, Sean Carey e Matthew McCaughan, e sviluppato le trame su paesaggi non solo reali ma anche immaginari, o comunque di difficile catalogazione, anche grazie al contributo di Greg Leisz e Colin Stetson, musicisti che contribuiscono a portare, per la prima volta, la musica di Bon Iver in primo piano rispetto alla centralità della voce. Nel sophomore convivono dunque il post-rock figlio dell’esperienza nei Volcano Choir (Perth) e l’algido folk con l’autotune filo West, senza che le evoluzioni sul linguaggio comportino un taglio netto con le origini (Holocene), anzi è proprio su questi nuovi equilibri (Towers e Michicant) che il nuovo Bon Iver cerca di costruire una seconda poetica musicale.

Bon Iver @ FerraraSotto le Stelle

Di fatto, ogni traccia del disco suona differente, ma riesce a rimanere fondamentalmente Bon Iver. A guadagnarci è l’espressività sonora, ne perde quel senso di malinconia e intimismo del debutto, disco che si presentava come un lavoro fuori dal tempo che provava a riallacciarsi ad una tradizione che da Bob Dylan e Bruce Springsteen porta ad Elliott Smith. Con Bon Iver Vernon trova la sua chiave di lettura del contemporaneo, in sostanza una compenetrazione tra tradizione e modernità che decreterà il successo dell’album, premiato ai Grammy Awards del 2012 come Best Alternative Music, e dei Bon Iver (Best New Artist).

Detour

Pubblicato il disco e concluso il tour mondiale con la data di Dublino del 12 novembre 2012, la band annuncia una pausa, rotta solo temporaneamente due anni più tardi dalla pubblicazione dal singolo Heavenly Father nel giugno del 2014, brano che verrà utilizzato nella colonna sonora del film Wish I Was Here di Zach Braff. «Il progetto sembra sfumare», dichiara allora Justin Vernon a una radio americana. «È come un rubinetto che ora ho bisogno di chiudere. Per creare musica, necessito di attenzione verso l’inconscio e il desiderio di scoperta. C’è troppo interesse attorno al gruppo ora, e la cosa mi sta distraendo. Al momento, voglio tenermi lontano. E ritornare sulla scena quando mi sentirò rinnovato e con nuove idee».

Justin Vernon mette dunque on hold il progetto per dedicarsi ad altre attività: collabora con Colin Stetson alla realizzazione di alcune tracce di New History Warfare vol. 3: To See More Light, poi torna a suonare con Phil Cook (Megafun), con il quale aveva condiviso l’esperienza dei Mount Vernon. Insieme i due danno vita ad un album di sonorità rock-blues, Grownass Man, a firma The Shouting Matches. Realizza anche un piccolo sogno nel cassetto: organizzare, assieme all’amico Aaron Dessner dei The National, un festival nella sua città natale, Eau Claire, evento inaugurato naturalmente dai Bon Iver che il 18 luglio 2015 tornano a suonare dal vivo proponendo due inediti che, come lui stesso dichiara all’emittente americana KARE, «pongono le basi per un ritorno della band», ma senza fretta.

Questo è infatti un periodo di collaborazioni e progetti collaterali, una fitta scaletta di impegni all’interno dei quali non viene trascurato né Kanye West, che lo chiama come featurer nel brano Fall Out of Heaven (la canzone tuttavia non finirà nella scaletta del travagliato The Life Of Pablo), né James Blake, con il quale già nel 2011 aveva collaborato nel brano Fall Creek Boys Choir. Assieme, i due eseguono una cover di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel (ottobre 2015) per un programma radiofonico sulla BBC, e l’intesa continuerà in seguito, nello studio di Blake, per la canzone I Need A Forest Fire inclusa in The Colour In Anything. Non ultimo, questa volta con entrambi i fratelli Dessner dei The National, il songwriter del Wisconsin inaugura il progetto tra rock e contemporanea Invisible Bridge, che fa il suo esordio, il 25 settembre 2016 alla Filarmonica di Parigi.

Si aprono nuove porte, non se ne chiude nessuna

Nuovi segnali di attività in studio della band tornano a prendere forma sempre con la scusa del festival organizzato ad Eau Claire. L’inedito Haven, Mass(B-Side) viene inserito in una cassetta regalata a chi avesse acquistato l’early bird della seconda edizione dell’evento, e sempre a luglio, prima dell’atteso ritorno sui palchi della band, viene condiviso sui social un misterioso video intriso di oscuri rimandi numerologici: dura 22 secondi, si intitola 22 days e mostra figure geometriche, schizzi a mano e lettere. Qualche giorno dopo compare un murales a Brooklyn sempre con la scritta “22” che a più di una persona ricorda la strategia promozionale utilizzata proprio da Blake nel promuovere il citato The Colour In Anything, ed infine, la conferma ufficiale: durante l’Eaux Claires 2016 verrà presentato per intero un nuovo album di cui ancora non è stato ufficializzato un titolo definitivo.

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Il concerto va in scena il 13 agosto 2016: Justin Vernon si presenta con un sassofono, ma è la sua voce in falsetto a dominare ancora una volta le scene, così come le sonorità orchestrali esplorate nell’omonimo secondo lavoro. Al termine del set, vengono svelati i dettagli: il disco si intitola 22, A Million con uscita fissata per il 30 settembre 2016. Contemporaneamente viene pubblicato 22/10, singolo che contiene le due extended version di altrettante canzoni che saranno comprese nel disco, 10 d E A T h b R E a s T ⚄  e 22 (OVER S∞∞N) [Bob Moose Extended Cab Version], le prime testimonianze pubbliche di un lungo travaglio che aveva portato il songwriter sull’orlo del blocco di fronte alla pagina bianca. La fatidica prova del tre rappresenta un metro con il quale, dopo che la stampa e i fan gli hanno caricato addosso il peso dell’alternative rock degli anni Duemila, verrà misurata la sua carriera d’ora in poi. 22, A million è il disco di Bon Iver che si allinea, per alcuni versi, all’ondata di minimalismo che ha caratterizzato il pop e l’indie degli ultimi anni, da James Blake a Frank Ocean. Al centro c’è la voce: vocoderata, autotunata, effettata, manipolata, sovraincisa, ma sempre la voce di Justin Vernon che, con qualche rara eccezione (8 (circle)), continua a mantenere il falsetto marchio di fabbrica. Ma è un Vernon più irrequieto che mai, impaurito dal peso che si è messo e gli è stato messo sulle spalle come di faro della scena rock americana (la preghiera iniziale 2 (OVER S∞∞N)). L’anima folk, seppure sempre presente in filigrana (vedi 29 #Strafford APTS), lascia spazio a riflessioni anche più profonde sul rapporto tra naturale e artificiale (10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄). Poi c’è tutto un discorso su numeri e segni apparecchiato assieme a Eric Timothy Carlson, l’artista responsabile dell’immagine coordinata del disco che, a stretto contatto con lui, ha ideato l’intero impianto grafico, compresa la copertina dell’album, i murales che lo hanno preceduto, fino al merchandise e all’artwork utilizzato nei lyric video. È l’evidenza esterna di un disco complesso, paragonato ad un grosso tomo editoriale. «Abbiamo ascoltato insieme ogni canzone, parlando di numeri, guardando i testi prendere forma, e nel frattempo continuavamo a disegnare e a cercare riferimenti in grado di fare da ponte tra musica e artwork», spiega lo stesso artista intervistato presso il Walker Art Center di Minneapolis ad un mese dall’uscita dell’album, avvalorando la tesi di un’opera fortemente autoriale alla quale è mancato lo slancio – o magari anche l’incoscienza, ascoltando il Blonde del citato Ocean – che ci si poteva aspettare. Avrebbe potuto essere un disco da definitivo scarto laterale, un flusso di coscienza liquido e in definitiva urgente e contemporaneo, come già in nuce era Bon Iver, ma dà come l’impressione che sia mancato il coraggio di rischiare di scontentare la base di fan della prima ora. 22, A Million nel suo essere un disco in cui Bon Iver fa i conti con il suo rapporto con il mondo, vuole che sia chiaro che è sempre suo, scritto di sua mano.

Nel frattempo, il “marchio” Bon Iver e l’idea di musica che porta con sé si espande oltre la band/moniker. Negli ultimi anni, è nato People, un gruppo di artisti “che creano liberamente e distribuiscono il proprio lavoro tra di loro e con chiunque”. Si presentano così sul sito del progetto, dove dichiarano di voler abbattere tutte le barriere e gli ostacoli che il musicbiz frappone tra i musicisti, che invece trovano uno spazio di libera collaborazione proprio sulla piattaforma. Che risulta essere un radio/streaming service on line, ma anche un marchio per concerti e, recentemente, anche per dischi. Come, per esempio, Big Red Machine firmato dal duo Justin Vernon con Aaron Dessner (National). Un disco rurale, come scritto in sede di recensione, che sviluppa una narrativa semplice e quotidiana, basandosi su sample, vocoder e digitalismi stratificati. Ed è un po’ una summa dell’idea di musica e di “professione musicale” che sta dietro a molto del lavoro di Bon Iver/Justin Vernon: uno spirito un po’ retrò, quasi indie, come lo avremmo chiamato negli anni Novanta, ma immerso nelle possibilità tecnologiche e comunicative di oggi.

Fino a qui Bon Iver ha saputo mescolare cultura alternative, mitologia del folksinger, una certa ritrosia a parlare direttamente di sé, la sua curiosità, senza apparente fine per suoni e modi nuovi di comporre. Nel giro di un decennio si è ritrovato a essere icona degli ultimi anni, paragonato ai grandi della tradizione USA, riuscendo a diventare a tratti un’ossessione per quella frangia di romanticoni e hipster che lo ha inserito in ogni playlist possibile e immaginabile. 22, A Million sposta un po’ l’orizzonte, ma rimane sempre Bon Iver fino al midollo, con testi non banali, clima bucolico che traspare magari anche solo da un accordo di banjo, il falsetto marchio di fabbrica e un’atmosfera sempre apparentemente intima e carica di spleen, proprio come la stagione invernale. Come Bon Iver sarà tra uno, due o cinque anni, lo può sapere solo lui. Di sicuro, comunque vadano le cose, ci sono le basi perché rimanga Bon Iver.

(contributi di Luigi Lupo ed Edoardo Bridda)

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