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Demolire il vecchio per instaurare il nuovo. Superare le antiche tradizioni e tutto ciò che è stato fatto finora per tracciare un futuro diverso e, si spera, migliore. Quanta filosofia, ma soprattutto quanta politica c’è ne Gli Ultimi Jedi, ottavo episodio di un franchise, quello di Star Wars, in disperata ricerca di rinnovamento. Evidente – oggi più che mai – è la tensione tra due forze (rigorosamente in minuscolo) che premono sulla storia: il passato (la gloria, i successi, le intuizioni di Lucas) e il presente (la Disney, la responsabilità, il potere della memoria), entrambi protagonisti fuori e dentro lo schermo. Superata, diciamo pure brillantemente, la prova del ritorno con Il Risveglio della Forza, tocca a Rian Johnson cambiare marcia e accelerare prima del traguardo senza tradire le aspettative, e se due anni fa J.J.Abrams aveva costruito il suo film sulle ceneri dell’eredità, qui il suo successore (anche in veste di sceneggiatore) sembra interessato al valore della successione, al desiderio forte dei personaggi – e con loro della produzione – di trovare la propria strada attraverso il rischio e il superamento dei vecchi sistemi.

Per questo Gli Ultimi Jedi, con grande sorpresa e un pizzico di disorientamento, risulta essere il capitolo forse più anomalo della saga: per l’eccessiva durata (con i suoi 152 i minuti è il più lungo mai realizzato), per la trama ambiziosa e complessa e per quegli strani cambi di ritmo e tono ricercati con ostinazione. Non che l’ironia fosse assente nella prima trilogia, a cui questa si ricollega narrativamente e spiritualmente, ma allora era mescolata alla serietà con maggiore sapienza ed eleganza. In tal senso, già l’introduzione di Luke Skywalker che getta giù dal dirupo la spada laser consegnatagli da Rey, annienta subito l’epica del momento e di tutto il racconto. Tuttavia, questa è soltanto una piccola goccia in un mare di problemi.

Scioglie pochi dubbi e, anzi, ne annoda altri di continuo, Gli Ultimi Jedi, azzeccato titolo di una pellicola che sceglie di tagliare ogni legame con il passato: i custodi della Forza, dell’equilibrio e della pace sono scomparsi nella galassia, come fiamme che diventano cenere, il Primo Ordine avanza tra le stelle con passo nazista e sotto gli ordini del dittatore Snoke, e i Ribelli della resistenza sono ridotti a un manipolo di incauti eroi consapevoli della loro inferiorità. Nel frattempo i percorsi delle “nuove” speranze viaggiano paralleli, destinati a incrociarsi in quello che è, a tutti gli effetti, la vera linea poetica, la metafora più bella e il risvolto più interessante (e intelligente) della sceneggiatura di Johnson: il conflitto interiore di Kylo Ren e Rey, figure speculari perse nella confusione della giovane età, in quel luogo dell’anima chiamato adolescenza – o post-adolescenza – in cui passa soprattutto l’inferno. Un inferno di incomunicabilità con il mondo esterno e di rifiuto dell’autorità, che li ama e li teme al tempo stesso; dove il loro essere speciali li rende dei freak, mostri senza passato (chi sono i genitori di Rey?) e senza cuore (perché Kylo ha ucciso suo padre Han Solo?). Inevitabile e affascinante da un punto di vista strettamente filosofico il paragone fra i due, il cui disegno prevede sia luce che oscurità, colori e ombre, volontà e insicurezze, e Johnson è abile nel mostrarli e collegarli grazie all’altezza della macchina da presa sempre adeguata alle emozioni. Un po’ fragile, come l’esistenza di questi ragazzi e della nuova generazione che rappresentano.

Che fosse il personaggio più pericoloso in termini di temperamento e impenetrabilità l’avevamo capito già ne Il Risveglio della Forza, eppure Kylo Ren si conferma il vero ago della bilancia di questa nuova trilogia, un cattivo-non cattivo, la distruzione totale dell’antagonista classico, l’icona del male interpretata da un volto bambino (e Adam Driver è ancora l’unica scelta perfetta per il ruolo, con quell’espressione perennemente smarrita). «Sei solo un ragazzino con una maschera», tuona il leader Snoke, e in questa frase c’è tutto il dramma reale in un racconto di fantasia – perché di fantasy parliamo, nel caso di Star Wars – l’attaccamento della storia a concetti molto semplici, e non per questo meno importanti o banali.

Talvolta, fra combattimenti aerei, suoni di spade laser ed esplosioni, ci dimentichiamo la bellezza dell’epica che non ha limiti di tempo né spazio, e che in fondo non è che la cronaca dell’umanità. Nuda e pura, così come si vede. E Gli Ultimi Jedi, seppur inciampando, riesce a ritrovarla nelle pieghe dei suoi evidenti errori. La confusione è tanta, l’umorismo stride con le intenzioni iniziali, la durata poteva e doveva essere asciugata (e il risultato finale ne risente parecchio); tuttavia, fedeli a quella filosofia che il nuovo vuole uccidere e che scorre potente nella forza, ci tornano in mente le parole di un vecchio maestro: «Il fallimento è il più grande insegnamento». Da qui si può ripartire.

13 Dicembre 2017
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