• set
    14
    2018

Album

Sugar

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Prima di addentrarci in un discorso antipatico e complesso, sviamo subito la questione: in questa recensione non si parlerà della nuova ondata di artisti italiani, delle modalità di promozione dei suddetti, della cura maniacale di uffici stampa nel promuovere progetti curando soprattutto l’aspetto legato alla creazione di un personaggio, della “scena” insomma, sia essa alternativa, pop, indie, it-pop o qualunque altra. Non lo si farà perché l’artificio retorico di mettere in contrapposizione la suddetta fetta di artisti con coloro che invece hanno scelto un approccio diverso, svierebbe l’attenzione da un elemento fondamentale: i dischi e le canzoni. Quindi, almeno per questa volta, mettiamo da parte la fama (meritatissima) di Sinigallia come ultimo baluardo (o uno degli ultimi) dell’onestà intellettuale nel fare musica, e concentriamoci invece sulla sua ultima fatica.

Ciao cuore è un album come al solito tutt’altro che immediato, non tanto per una complessità di forma, quanto per una questione di quantità di carne messa al fuoco. Nulla di nuovo, dal momento che, se si escludono alcuni singoli più immediati (pochissimi, forse solo Bellamore e Prima di andare via o Le ragioni personali, quest’ultimi firmati o co-firmati da Filippo Gatti), la maggior parte delle canzoni di Sinigallia presentano quasi sempre uno sviluppo non propriamente da fast food dell’ascolto. Tuttavia alcuni capisaldi della sua produzione, sono qui portati a nuove vette: il soul, innanzitutto, ma anche in generale tutta la black music. Come spiegato dallo stesso artista in una nostra intervista di prossima pubblicazione, il soul è da lui inteso proprio come un’attitudine più che come un riferimento in termini di genere musicale. Così, non ci sono veri e propri brani “soul” (malgrado spesso il riferimento a un mondo sonoro proveniente dagli anni 70 sia palese, pur non trovandoci di fronte ad operazioni “revival” come quelle effettuate dagli ottimi Giorgio Poi o Andrea Laszlo De Simone, che però con il soul non hanno volutamente nulla a che fare), ma questa attitudine affiora in moltissimi punti, ancor più che in passato.

Ne sono un esempio quelli che sono i due migliori episodi del disco: Niente mi fa come mi fai tu e Le donne di destra, canzoni estremamente sentite e intense, in cui il materiale sonoro e soprattutto vocale supera di molto quello testuale, non tanto per carenze nella scrittura (non ce ne sono, in questi due casi specifici) quanto per una inedita potenza espressiva che in passato era stata probabilmente il tallone d’Achille dell’artista e che qui riesce ad emergere pur con una vocalità dalle potenzialità non infinite (basta ascoltarlo cantare un “oooohhh” per capire quello che intendiamo). Altro elemento che torna prepotentemente è l’elettronica (che in Per tutti era stata ridotta o nascosta sensibilmente) e qui presente in tutto il disco (o quasi), dal fluviale inizio di So delle cose che so (quasi una intro più che una vera e propria opening track, come da abitudine ormai consolidata) fino alla già citata Le donne di destra, passando praticamente per tutto l’album (cosa testimoniata anche dai crediti, in cui l’elettronica risulta tutta opera di Sinigallia stesso).

Anche in questo caso si tratta di qualcosa che già era presente in buona parte della produzione precedente (si pensi alla splendida Bellamore, forse il vero capolavoro di tutto il suo canzoniere), ma qui maneggiata con rinnovata cura e misura, tenendo anche a bada le velleità ambient presenti in vari episodi del passato, e senza alcuna pretenziosità. La produzione e gli arrangiamenti sono come al solito curatissimi (menzione onorevole e obbligatoria per il bellissimo lavoro svolto sugli archi dallo Gnu Quartet e ovviamente per il team produttivo composto come sempre dai due fratelli Sinigallia e da Laura Arzilli, affiancati da collaboratori abituali e un inedito Motta in versione strumentista in vari brani), e si potrebbero scrivere mille cose sul buono che emerge da gran parte dei pezzi. Tuttavia forse qualcosa che manca c’è. Nel caso di Ciao Cuore la cosa riguarda in parte i testi. Qui, se di lacuna si vuol parlare, si sente un po’ la datazione della scrittura di Sinigallia, rispetto a un’intera schiera di colleghi anche molto più giovani che, ben lungi dall’inventare qualcosa (alla fine in larga parte si tratta di rielaborazioni di Battiato e Battisti/Panella, o di Dalla, o di Vasco Rossi o persino di Umberto Tozzi), hanno individuato dei modelli efficaci e immediati da cui attingere, usando l’artificio di inserire un po’ di elementi contemporanei e insoliti.

In questo Sinigallia sembra essere stato abbastanza deciso a mantenere stabile la propria rotta, non facendo passi in questa direzione. Se da una parte si tratta di una scelta encomiabile, dall’altra non si può negare che sia più difficile fare in modo che le canzoni restino immediatamente in testa (Dudù ne è un perfetto esempio, pezzo assolutamente interessante e ben costruito e con una bellissima melodia, la cui memorizzazione è un po’ difficile, complice anche lo storytelling alla base del testo), malgrado siano ottime. Stona anche la presenza di due brani finali che tolgono un po’ di continuità all’ascolto e probabilmente sono rientrati in un secondo momento nella scaletta dell’album.

Ciao Cuore è un ottimo disco che conferma le doti di produttore di Sinigallia, con alcuni episodi fortemente ispirati, qualche canzone bella ma un po’ fuori contesto rispetto al disco (le ultime due), una vocalità più efficace e la riconferma di un’attitudine personale e “incorruttibile” nei confronti delle odierne tendenze. In questo senso l’accostamento che probabilmente qualcuno farà, e ha fatto, nei confronti della nuova “scena romana” è abbastanza sbagliato, dal momento che si tratta di due mondi semplicemente diversi sotto ogni aspetto, a partire innanzitutto da quello testuale: prova di ciò è proprio il fatto che quasi nessuno dei brani sia “testocentrico”, nel bene e nel male.

16 Settembre 2018
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