• mar
    02
    2018

Album

O Genesis

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In venticinque anni di carriera c’è sempre stata una sola luce a guidare la carriera di Richard Youngs: fare quello che gli andava di fare. Il risultato è una lunghissima sequela di dischi, al punto che è un’impresa anche solo tentare una compilazione seguendo di periodo in periodo gli interessi, visto che il Nostro è passato senza farsi troppi problemi da autodidatta post punk a menestrello free-folk e sciamano naive, per poi diventare un dark psichedelico e vagamente disturbante (Amplifying Host). A rimanere sempre chiara è una visione estetica carica di malinconia e un certo disincanto che non fa passare inosservato nemmeno uno dei suoi dischi.

Non fa eccezione Belief, fatto passare per qualcosa di più di un semplice disco, piuttosto una vera e propria opera d’arte concettuale. C’è il metodo: bedroom pop (pop intesto à la Richard Youngs, eh) fatto tutto in casa su una base di campionamenti casuali mandati a tempo con pezzi classici, che però non è dato sapere quali siano. L’idea era di mandare il lavoro finito a una serie di etichette discografiche e raccogliere le lettere di rifiuto come una sorta di meta-riflessione sul pop stesso. La storia del disco prosegue con Tim Burgess che ascolta i brani e definisce Belief  “pop gnostico”, facendolo uscire per la sua O Genesis.

Ed eccolo là, uno dei pochi dischi di Youngs facilmente reperibili anche su Spotify (e le principali piattaforme di streaming). Il tono è dimesso, virato agrodolce, come un viaggio finito male ma non troppo, una situazione fastidiosa ma non troppo, una miseria esistenziale sentita ma non troppo. Sentite l’iniziale lamento di My Own 21st Century, con il suo corredo di frequenze bianche e il passo felpato: non è forse il suono della disillusione? Oppure il lamento bowie-ano di Bewilderment e il distacco nebuloso di In Another Fog: un ermetico (gnostico?) punto della situazione, fregandosene, come sempre, di tutto il resto.

7 marzo 2018
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