• feb
    16
    2018

Album

Antropotopia

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I Rigolò continuano a mantenersi un credo piccolo ma vitale, fatto di trame musicali minimali e mai scontate. In Tornado ritroviamo derive stilistiche similari a quelle che avevamo già messo in evidenza ai tempi di Gigantic, ovvero quel rimare affettuoso ma non troppo nostalgico con certo indie americano anni novanta, un orizzonte di aspirazioni in cui spiccano polaroid sbiadite di Folk Implosion, Built To Spill o magari dei primi Yo La Tengo. C’è poi il violoncello di Jenny Burnazzi a far scivolare il tutto verso un classicismo caldo e accogliente, un suono che vive di spazi ampi, e quindi anche di immaginazione (ad esempio nell’ottima Mexico), almeno quanto di incroci di voci e di quei bassi un po’ scuola Young Marble Giants chiamati a fare da architrave.

Il singolo Borders è una bella sintesi in questo senso, con una partenza lenta, minimalista e fascinosa, e poi un cambio repentino spinto da chitarre anni cinquanta, certi appunti vagamente à la Morricone e un refrain che libera le casse armoniche degli archi su un’orecchiabilità malinconica e irresistibile. Ma potremmo citare anche quell’avventurarsi in intuizioni psichedeliche temperate da un approccio cameristico tutto sommato rassicurante in Tempesta, i chiaroscuri sospesi di Two Tickets To Fly o il call & response tra chitarre e voce di una Society che nella parte finale sborda verso certi aromi Sodastream.

Disegnare una musica che viva di superfici calme e poco ondose, ma al tempo stesso dare l’impressione di avere nel sangue una tempesta da mettere in note: i Rigolò sguazzano volontariamente nei paradossi, in un dondolare tra stasi vasodilatatrici e personalità spigolose da far collimare in qualche modo. Ed è forse questo l’aspetto che più affascina di una band che non ha paura di disegnare a mano libera e che sembra migliorare disco dopo disco.

24 febbraio 2018
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