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Fin dalle prime indiscrezioni era chiaro che Le terrificanti avventure di Sabrina avrebbe avuto più elementi in comune con prodotti televisivi (e non) di genere horror piuttosto che con il suo diretto precedessore degli anni Novanta, la sit-com Sabrina, vita da strega. In più, appartenendo allo stesso universo di Riverdale (entrambi partono da un fumetto della Archie Comics), l’influenza di quest’ultimo è stata determinante per alcune scelte visive, narrative e sull’atmosfera da dark teen-dramedy che non poteva mancare a un prodotto di questo tipo. Quindi, se da una parte si ritrovano i tipici intrecci della vita di una teenager americana, con degli aggiornamenti mirati a rispettare le esigenze di un pubblico odierno, dall’altra, invece, il racconto si sofferma sulla creazione degli imprescindibili doveri di una strega in rapporto alla magia nera. Il giusto pretesto per unire le due linee narrative, che per tutta la stagione cercano di andare avanti in parallelo con egual importanza, si dimostra essere l’arrivo del sedicesimo compleanno di Sabrina (Kiernan Shipka): mentre nel mondo umano questo evento rappresenta l’entrata ufficiale nell’adolescenza, nel mondo magico viene trasformato in un oscuro battesimo per stipulare il legame indissolubile tra la più giovane degli Spellman e Satana.

È lo snodo principale su cui ruotano questi primi dieci episodi, perchè provoca in Sabrina delle importanti riflessioni sul concetto di responsabilità, accentuate anche dall’attività della famiglia Spellman (pompe funebri), ma anche sulla morte e sull’impossibilità di evitarla. Ma un altro elemento tiene saldo il dualismo su cui si basa la serie, e non è rappresentato dalle complementari e litigiose zie Zelda (Miranda Otto) e Hilda (Lucy Davis), per quanto la loro macabra ironia sia una delle cose più interessanti. A parte la sigla, che rimanda esplicitamente al fumetto e a tutta una letteratura horror di serie B, le prime inquadrature dell’episodio-pilota sono ambientate in un cinema dove si proietta il capolavoro di George Romero, La notte dei morti viventi. Nella piccola cittadina di Greendale, «in cui sembra essere Halloween tutti i giorni», i suoi abitanti si riuniscono a mo’ di rituale dentro la sala cinematografica per condividere l’esperienza dell’horror, come se quel microcosmo amasse vedersi rappresentato per com’è sul grande schermo; un paradosso visto che stiamo parlando di un prodotto Netflix. Poi, accanto al film di Romero, Sabrina e i suoi amici citano in più di un’occasione altri grandi film del passato, come L’esorcista di Friedkin e La mosca di Cronenberg. L’intento di Roberto Aguirre-Sacasa è trasformare i capolavori dell’horror in una rispettosa dichiarazione d’intenti, perchè sono simbolo di una delle modalità con cui è possibile fruire del genere: parlare e discutere della contemporaneità.

La notte dei morti viventi era uno specchio che rifletteva gli umori e le paure della Guerra Fredda, quindi metterlo come “locandina inaugurale” dell’intera stagione ci fa capire la direzione che i suoi creatori prenderanno nel corso degli episodi. In molti dei dialoghi che Sabrina intrattiene con tutti i comprimari (compreso il gatto nero Salem, non più uno stregone chiacchierone ma un silenzioso goblin al suo servizio) si ritrovano quei concetti che stanno a cuore all’odierno mondo dello spettacolo, dalla rivalsa della femminilità all’interno dei prodotti audiovisivi all’accentuarsi della diversità (etnica, sessuale ecc.) nelle logiche di sceneggiatura e casting. Sicuramente è il primo a risultare particolarmente significativo ed è incarnato nel rapporto tra la congrega delle streghe e Satana, il quale le vuole piene di potere ma sottomesse perchè «alla fine anche lui è un uomo». L’unico problema è che in più di un’occasione la serie si perde nei meandri di questo furbo gioco che oscilla tra la cinefilia e l’attualità, tra l’horror per adulti e gli stereotipi teen più indirizzati a un pubblico senza pretese. Il risultato è un prodotto altalenante che diverte per alcuni ben assestati jumpscare e una massiccia dose di inaspettate immagini raccapriccianti (riti satanici, orgie, squartamenti, cannibalismo e demoni creati con il make-up), ma allo stesso tempo sfuma e contraddice le proprie premesse quando si ostina a recuperare una sfilza di temi narrativi usurati come la lotta contro l’autorità genitoriale, l’istituzione scolastica inefficiente, il bullismo e i dubbi sulla sessualità.

È un po’ lo stesso problema riscontrabile anche in Riverdale, che cerca a fatica di ripercorrere le orme di Twin Peaks di David Lynch ma lo contamina e banalizza con tutte le produzioni teen più scialbe degli ultimi dieci anni. A parte ciò, Le terrificanti avventure di Sabrina mette lo spettatore davanti ad una semplice domanda: cosa mi aspetto da una serie di questo tipo? Forse il suo più grande pregio è quello di essere un ibrido e per questo, grazie alla sorprendente performance della sua protagonista, può catturare l’attenzione di due fette di pubblico diametralmente opposte (quelle amanti dell’horror e quelle dei teen drama). Resta il fatto che, proprio per il suo ingenuo coraggio, a questa serie va riconosciuto il merito di aver rinverdito il catalogo Netflix.

10 Novembre 2018
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