• apr
    21
    2017

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Yep Roc

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Chissà cosa penserebbe Syd Barrett di Robyn Hitchcock. Uno che negli anni ha declinato la lezione solista dell’ex Pink Floyd in una musica che, pur non rinunciando ai paletti creativi imposti dalla scrittura “lisergica” del madcap di Cambridge, l’ha resa fruibile e in qualche maniera “pop”(rock). Certo è che il qui presente Robyn Hitchcock ristabilisce più chiaramente, rispetto ad altri episodi della discografia del musicista, le parentele stilistiche che hanno indirizzato un po’ tutta la carriera dell’ex Soft Boys: «la struttura prevede due chitarre elettriche, basso, batteria e armonie vocali. Poi arrivano Beatles, Searchers, Byrds, Velvet Underground, Big Star, e…Soft Boys. […] Inserisci gli strumenti nel giusto scenario sonico, cancella tutti gli errori, raddoppia le voci, ed è fatta», ha dichiarato il Nostro in riferimento all’album. Il link ideale in realtà porta a un paio di episodi del suo passato, ovvero l’Ole! Tarantula pubblicato nel 2006 con i Venus 3 e quel Nextdoorland che sancì nel 2002 il ritorno dei “ragazzi soffici”: sono questi i dischi – non a caso, due dei migliori di sempre del musicista – che ci sembrano più in linea con il ventunesimo album solista di Hitchcock.

Un lavoro, quest’ultimo, registrato a Nashville (ma british fino al midollo nei suoni), con Brendan Benson a produrre e uno stuolo di collaboratori/amici a dar man forte, tra cui spiccano Pat Sansone dei Wilco, Grant Lee Phillips e Emma Swift. Una cricca capace di partorire un disco che si presenta omonimo non a caso, visto che è, oltre che una delle cose più efficaci mai scritte da Hitchcock, anche un’ottima introduzione per chi non avesse ancora familiarità con la sua musica. La ricetta è il solito rollercoaster di linee melodiche rampicanti e fraseggi scintillanti di chitarra, ma avercene di brani come Mad Shelley’s Letterbox, un crescendo irresistibile che macina psichedelia, batterie à la Who e Byrds. I Want To Tell You About What I Want va a rimorchio seguendo più o meno lo stesso binario e un basso pulsante, Virginia Woolf sarebbe potuta essere un outtake da Nextdoorland, mentre gli arpeggi allentati della ballad Sayonara Judge si gingillano con certi accenti “classic rock” e il country ubriaco di I Pray When I’m Drunk è, oltre che un evidente omaggio a Nashville, anche l’episodio più ironico del disco.

E sono proprio l’ironia e l’ottima scrittura da un lato e il grande entusiasmo che si coglie nei brani dall’altro, ad allontanare il baratro del mestiere. Se è vero che Robyn Hitchcock è sempre Robyn Hitchcock da qualsiasi angolazione lo si guardi – e forse non ha mai rivoluzionato troppo il suo stile negli anni – è vero anche che attualmente il Nostro è un sessantaquattrenne talmente bravo e attento a manovrare le influenze stilistiche che costituiscono il suo background, da generare piccoli capolavori come questo episodio. Una musica sgargiante che è pop (prendete ad esempio i Beatles di Detective Mindhorn), psichedelia, rock, sperimentazione (i reverse recordings in sbornia John Lennon di Autumn Sunglasses), passato remoto, passato prossimo e presente. Un’enciclopedia del subconscio, potremmo definirla, lo stesso subconscio che per Hitchcock «è il carburante dell’artista», in canzoni che «nascono all’improvviso, mentre faccio qualcos’altro». Come dire che «la vita è quello che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti». Questa l’avete già sentita, vero?

22 aprile 2017
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