• Giu
    02
    2017

Album

Columbia Records

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Dai brani che l’avevano preceduto, l’atteso ritorno discografico di Roger Waters, ad un quarto di secolo da Amused To Death, lo si era capito fin troppo bene: Is This The Life We Really Want? non è nato né avrebbe voluto essere il personale corrispettivo, toh, della terza serie di Twin Peaks, ma semplicemente un nuovo capitolo diciamo post-Animals via The Wall nella carriera di un cocciuto e tribolato musicista britannico che abbiamo imparato ad amare e ad odiare. Lui, giocoforza, non è mai completamente riuscito, da solista, a bissare in termini di pathos e arrangiamenti cinematografici anche solo The Final Cut (che secondo il sottoscritto vale tanto quanto il disco coi mattoni bianchi, per intenderci). Gli altri tre qualcosa hanno sempre contato nelle economie della produzione della formazione, anche quando sembrava comandare lui in tutto e su tutto. Sul palco del Live 8, lo abbiamo sempre saputo, chi tornava a casa era lui e non viceversa.

Così, dopo aver portato e riportato il suo The Wall in lungo e in largo per il pianeta, l’ex bassista torna con il disco che avrebbe potuto scrivere nel 2002 come nel 2012, le ossessioni di una vita sono sempre quelle: us and them, la guerra, la soft alcol middle age, la morte del padre, tutto è ancora lì apparecchiato nella stanza, pronto ad ardere nel suo petto e a confortarlo con le solite certezze, verrebbe da malignare, certezze che dal sogno tradito del post-war dream ad oggi non sono state infrante. Del resto il mondo non è cambiato, e avidità, money e soprusi (vedi anche la ferma posizione anti-Israele del Nostro) dominano incontrastati. Waters, e qui caliamo la maschera anche noi, ci piace anche quando è pedante, e di pedanteria watersiana è piena la sua storia discografica senza distinzioni di sorta. In passato gli abbiamo perdonato tantissimo, e oggi ci scappa una lacrimuccia automatica quando l’uomo, in Déjà Vu, si finge prima Dio e poi un Drone urlando ad un certo punto «I would be afraid to find someone home» con l’arrangiamento a raggiungere un picco e di lì l’ennesima finestra a scoppiare (e che caschi la tv di sotto o meno, cambia poco, quel trucco funziona sempre). Ci commuoviamo ancora con lui perché amiamo il teatro quando andiamo a Londra, la pantomima, la tragedia, l’operetta (a piccole dosi); ce ne cibiamo come antidoto al patetismo delle nostre vite, società, governi, e società capitaliste tutte. E poi, ricordiamolo, l’intrattenimento televisivo come oppio dei popoli (che in quel 1992 corrispondeva alla prima guerra vissuta in diretta TV) aveva fatto di Amused To Death un concept non dico urgente, ma pertinente, azzeccato.

Dunque che tipo di album è Is This The Life We Really Want? Lo potremmo tradurre, innanzitutto, in un retorico è l’unico disco che avremmo potuto avere. Se gli perdoniamo per l’ennesima volta riff e arrangiamenti, che spesso sembrano questo o quel pezzo di repertorio (citando nome, cognome e disco d’appartenenza), abbiamo un disco dignitoso, con buoni testi, da lui sentiti e da noi vissuti con partecipazione, più che canzoni melodicamente autonome o memorabili. Del resto non che il buon Nigel Godrich, chiamato a co-produrre (che beninteso nella title track sentiamo forte e chiaro a livello di produzione complessiva) abbia potuto fare un granché a riguardo. In passato neanche Jeff Beck, Eric Clapton o altri chitarristi e personale vario, avevano avuto molti margini di manovra. E dunque anche questa volta Waters vola radente per le campagne inglesi fino ai dock di Southampton sulle ali dei suoi cari archi sinfonici, i rintocchi al pianoforte, le pennate all’acustica, QUEL tam tam della batteria e tutti gli effetti bellici e radiofonici che conosciamo bene.

Déjà Vu, si diceva prima, di nome e di fatto, che è qui una delle sue più classiche, The Last Refugee – presa di peso dalle ballad di The Wall – valida anche quella. Meno Picture That, che ha dentro frammenti dilatati di One Of These Days. Il resto è su per giù a questi livelli – spicca Wait For Her, che in verità è un trittico, puro Final Cut vibe, una versione anni ’10 di 2 Suns In The Sunset, synth aggiornato da Godrich – e sta bene (anche) così.

2 Giugno 2017
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