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Cinque anni dopo Roger Waters: The Wall, l’ex-leader dei Pink Floyd torna alla forma del film-concerto spostando drasticamente l’attenzione dall’autobiografismo dell’omonimo album del 1979 al tema dei diritti civili, di come in questi ultimi decenni la sfida più grande che il mondo civilizzato sta affrontando sia una lotta continua contro la perdita diffusa di umanità. Waters, che da sempre si batte per l’uguaglianza di diritti civili in territori in cui questi non sono riconosciuti – si pensi al prolungato ostracismo adoperato nei confronti dello stato di Israele in protesta contro le condizioni dei palestinesi – accantona per un attimo il suo gigantesco ego per un canto di condivisione, speranza e unione fraterna tra popoli, affinché l’umanità torni a risplendere sotto la luce dell’accoglienza, unico antidoto al cinismo dell’ultimo periodo. Lo fa grazie alla perfetta impalcatura costruita attorno al suo ultimo tour, Roger Waters: Us + Them, ufficialmente il supporto all’ultimo disco, Is This The Life We Really Want?, ma in realtà una chiamata alle “armi” per tutti quei popoli che ancora oggi si battono contro il vituperio della libertà, il massacro della democrazia, le scempiaggini compiute da leader legittimi e illegittimi, indegni della carica che ricoprono.

Se l’album era infatti «un nuovo capitolo diciamo post-Animals via The Wall nella carriera di un cocciuto e tribolato musicista britannico che abbiamo imparato ad amare e ad odiare», nelle parole di Edoardo Bridda in sede di recensione, il tour a sostegno – cristallizzato nelle immagini dirette dallo stesso Waters con il sodale Sean Evans – ne è la sua sublimazione; dopo l’incipit riservato all’immortale intro di The Dark Side of the Moon (quindi abbiamo Breathe e Time inframezzate dal cult One of These Days), l’attenzione si sposta immediatamente sui toni paranoici della mente del bassista floydiano, con quella Welcome to the Machine apripista ai brani più recenti (Déjà Vu, The Last Refugee, Picture That), i quali vengono accompagnati dalle immagini sul gigantesco schermo del palcoscenico: storie di sofferenza dei giorni nostri, la disperata fuga di quelli che sono esseri umani dal destino già segnato, verso una possibile speranza, in mare aperto.

Un gigantesco prologo a quello che, infine, sarà il piatto forte dello show watersiano, riservato alle lunghissime suite di Animals, dove la metafora politica e sociale è oggi più forte di quanto non lo fosse già nel 1977 (durante l’esecuzione di Dogs e successivamente Pigs, si alternano le immagini scarabocchiate di un Trump suino, di Putin e Kim Jong-un. C’è tempo anche per i ricordi e la nostalgia – immerse nelle note di Wish You Were Here e The Great Gig in the Sky, qui riproposta in una veste personalissima grazie alle due coriste della serata, Holly Laessig e Jess Wolfe – con le immancabili Money e, ovviamente, Us and Them a preparare l’esplosiva conclusione, come da copione riservata alla parte finale di Dark Side (Brain Damage + Eclipse), tra luminosissimi prismi colorati, muri che cadono e porci in volo. Poco prima dei titoli di coda, un Waters commosso si rivolge direttamente al pubblico (quello presente al live e per estensione quello in sala) con un discorso che nelle parole non ha più nulla di politico in senso stretto, ma è in grado di andare dritto al cuore, provando a risvegliare un’umanità che da troppi anni è in balia di un oscurantismo allarmante. Non resta quindi che ascoltare con attenzione il canto di una bambina con in mano una chitarra, notare la brillantezza nei suoi occhi, un raggio di speranza per le nuove generazioni, sperando di non dover ammirare mai un panorama con due soli al tramonto.

6 Settembre 2019
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