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Due, in buona sostanza, erano le ragioni d’essere di Rogue One: A Star Wars Story: contestualizzare l’incipit in medias res dell’Episodio IV, con la nave di Leia inseguita da un Vader già abbastanza incazzato e alla ricerca dei piani della Morte Nera rubati, e – soprattutto – risolvere in modo convincente la principale fonte di perplessità da parte di fan e non fan in merito ad Una Nuova Speranza, ovvero la relativa facilità con cui i ribelli distrussero la più grande arma di distruzione di massa mai creata e «orgoglio della Nazione» del «Primo Impero Galattico» (mica la Repubblica delle Banane). L’altro grande proposito metafilmico era quello di ricalibrare il tiro per riabbracciare anche quei fan rimasti delusi dall’Episodio VII, probabilmente troppo ballerino sul sottile e difficile crinale che separa l’omaggio citazionista dal plagio evidente e, più in generale, scettici in merito al processo di re-booting iniziato lo scorso anno.

[SPOILER ALERT] A visione terminata, pur essendo tra coloro che un anno fa avevano apprezzato Il Risveglio della Forza, ci aggiungiamo alla folta schiera di entusiasti che ha incoronato questo spin-off come un deciso passo in avanti rispetto al recente settimo episodio. La “disneyizzazione” del franchise, nella sua accezione più deleteria (che è sembrata disperatamente ineluttabile dal momento in cui Kylo Ren si è tolto la maschera), sembra qui felicemente contenuta, e la declinazione di un nuovo Universo Espanso – dopo il rifiuto da parte della major del canone precedente – prosegue con rinnovata freschezza. Le ambientazioni e i nuovi pianeti sono ottimi, con un tono generale che abbraccia tinte decisamente più dark incorporando talvolta anche riferimenti alla contemporaneità abbastanza inediti per la saga (su tutti, la superlativa scena di guerriglia urbana su Jedha). Le citazioni e riferimenti, sempre numerosi, sono qui meno invasivi, più eleganti: si limitano a camei o speculari ammiccamenti (come nel caso della battlefrontiana battaglia finale su Scarif, che ribalta quella contro i camminatori tra i ghiacci di Hoth ne L’impero Colpisce Ancora in una lussureggiante ambientazione tropicale). Sindacabile la resurrezione in CGI di Peter Cushing, tecnicamente impeccabile ma ideologicamente discutibile – al pari di tante altre forzature digitali passate (come l’indimenticato – e mai perdonato – stupro post-produttivo del faccione di Hayden Christensen appiccicato nel finale de Il Ritorno dello Jedi, eccetera…), mentre in generale la sensazione di continuità ed ortodossia con l’universo SW sembra non traballare mai.

La densità narrativa è poi, per forza di cose, tale da impedire qualsiasi evoluzione psicologica significativa ai personaggi principali, nessuno particolarmente memorabile ma tutti caratterizzati a sufficienza per non sparire in un anonimato troppo veloce. Certo, paga pegno la protagonista principale se confrontata con Rey, ma sono imperfezioni – parlare di difetti sarebbe eccessivo – che perdoniamo amabilmente grazie a un finale che prende brutalmente a calci qualsiasi buonismo risolvendo ogni problema con la più facile e brutale delle soluzioni: muoiono tutti. La catartica ecatombe conclusiva esaurisce brevemente ogni perplessità semplicemente cancellando un team di personaggi che ha concluso la sua funzione narrativa nell’economia della saga e quindi – semplicemente – non serve più. A rendere un po’ più memorabile il tutto: alcuni vertici raggiunti in sede di lirismo post-nucleare e una seconda apparizione di Darth Vader che vale da sola il prezzo del biglietto.

In conclusione, l’operazione è riuscita: i pezzi sono (ri)messi tutti al loro posto, le premesse all’Episodio IV sono create/spiegate come meglio non si sarebbe potuto e il film ha saputo regalare diversi scorci di “vero SW” che sono sembrati più genuini e meno retromaniacalmente liofilizzati di molti passaggi de Il Risveglio della Forza. Eccellente anche il comparto sonoro, con Michael Giacchino che lavora sottotraccia riprendendo i classici temi di John Williams, pur con qualche legittima variazione, nei momenti giusti. Di contro, qualche espediente narrativo videoludico di troppo (premi il bottone-tira la leva-abbassa lo scudo) e una rinnovata perplessità per i cattivi di questo re-booting: dopo gli imbarazzanti e pedestri isterismi di Kylo Ren, il buon Krenning e la sua stilosissima mantellina bianca vengono rapidamente fagocitati dallo zombie-Tarkin e da pochi, potentissimi, minuti di Darth Vader. La sensazione, comunque, è che per una felice continuazione della saga ci sia tanta “speranza”. Non si poteva chiedere ti più.

2 gennaio 2017
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