Recensioni

L’aspetto più esaltante di Róisín Murphy è la fluidità con la quale ha saputo, lungo una carriera ormai ventennale, far crescere e maturare un vasto range di influenze musicali appartenenti tanto alla cultura afroamericana, quando a quella europea e, in particolare, francese e italiana, adattandolo a uno spettro altrettanto vario di arrangiamenti dance apparecchiati prima dall’ex fidanzato Mark Brydon e poi da vari producer più o meno famosi, Herbert in primis. Se all’inizio i Moloko avevano trovato il successo inserendosi nel fortunato solco del trip hop capitanato dai Portishead, i motivi più profondi del fascino delle proposte tanto della Murphy quando della frontwoman dei bristoliani risiedevano in una algida rilettura bianca di tradizioni classiche e black dei 50s in primis e dei 60s poi (da Nina Simone a Édith Piaf, a Dusty Springfield e Mina, via jazz, r’n’b, gospel, soul e pop) rivedute con distacco teatrale e particelle di vissuto via via più consistenti.
Dall’ironia electro funky di Fun For Me al successo planetario di Bring It Back, Róisín ha sempre giocato tra la diva e l’androide, con fare molto glam, diventando qualcosa di più di un sensuale ologramma o di una modella alternativa per le sfilate di Vivienne Westwood. Flirtando con interpretazione e modernariato senza scadere nel manierismo calligrafico (vedi in parallelo un Jamie Lidell), nell’esordio discografico in solo Ruby Blue evitava di fare la sostituta di – e anzi surclassava – Dani Siciliano in un grande disco interamente prodotto da Herbert alle prese con i suoi amori preferiti (jazz e house rivisti in chiave contemporanea con antica grandeur), mentre in Overpowered continuava un ottimo percorso dance evoluto grazie a Paul Dolby (era il 2007), tra electro house e amori disco che ne accentuavano la vocazione pop e house senza dimenticare le basali ossature funk (l’esperienza Moloko mai tradita).
La pausa – pur con qualche eccezione tra il 2009 e il 2014 – non ha fatto che bene alla sua vena creativa: ok, in Mi Senti si è concessa il vezzo di rileggere vecchi classici della canzone italiana, ma soltanto per assorbire nuove sfumature e modalità per esprimere fragilità/sensualità/drammaturgia, e in Hairless Toys ci ha sorpresi suonando tutto ciò che l’ha sempre contraddistinta (house, disco, r’n’b e funk) con rinnovata angst, approccio più che mai arty, una misurata dose di sperimentazione e, non ultimo, un tocco d’ironia. Con la componente dance fattasi osmotica, qualche arrangiamento 80s e torch song a completamento, la Murphy aveva voltato pagina esprimendo musicalmente una personalità più che mai imprendibile e stratificata. E quell’approccio più libero e liberato nella sua componente teatrale lo ritroviamo intatto, e ancor più avant-glam, in Take Her Up To Monto, risultato delle stesse session di intenso lavoro (5 settimane complessive) assieme al collaboratore di lunga data Eddie Stevens e il cui titolo prende spunto da una canzone folk irlandese resa famosa dai The Dubliners che il padre della musicista le cantava da bambina.
Con insolita copertina al seguito (Róisín con giacca da lavoro ed elmetto) ma il consueto tocco very simple but very complicated, la cantante irlandese ritorna a tratti dalle parti di un recitato à la Nina Simone (Pretty Gardens) o di Grace Jones (Ten Miles High), ma anche dalle nostre parti (Lip Service) con un tiro più synth modulare (leggi electro) e una tracklist con brani dal minutaggio superiore ai suoi standard (Nervous Sleep supera i 7 minuti) dove musica, voce e testi si compenetrano senza protagonismi e dove la componente autobiografica e (retrò)cinematografica esplorata nel precedente disco acquista maggiore corpo. Vedi una Thoughts Wasted costruita per movimenti e basata su uno spoken word dal sapore francese, una Ten Miles High r’n’b su tappeto analogico tra Carpenter e Kraftwerk che evolve su una wave dal gusto bowieano e Romantic Comedy, un cabaret strattonato funk coerente con il suo passato. Un po’ in tutta la scaletta emerge uno sguardo mimetico nel “girare” le canzoni, una diretta conseguenza della passione per la regia che l’ha infiammata negli ultimi due anni e che, a partire da Exploitation, lead single del precedente lavoro, l’ha portata a dirigere (e recitare) in ogni suo videoclip seguente.
Take Her Up To Monto è un lavoro complesso che potrebbe soffrire della sua stessa complessità. Un disco che d’altro canto non rinuncia alla fruibilità e che si scopre generoso con gli ascolti. È l’ennesimo lavoro riuscito della Murphy dunque, che se non è diventata una popstar planetaria con Overpowered è stato soltanto un bene, anche solo perché – chissà – potrebbe dirigere un film prima o poi. Nel frattempo, il suo ultimo disco e Kidsticks di Beth Orton, rappresentano due lavori imprescindibili per quanto riguarda certo art pop al femminile in questo 2016.
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