• dic
    02
    2016

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Polydor

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Suonare il blues è semplice e complicato al tempo stesso. La struttura di fondo di questa musica è piuttosto comprensibile, persino facilmente replicabile, eppure l’anima del sound “nero” per eccellenza non risiede soltanto negli assolo, nei bending o nei turnaround. Il blues è soprattutto una questione di vissuto personale, di tradizione culturale – del resto nasce nel Delta del Mississippi tra gli afroamericani come un linguaggio “ripetitivo” pensato per raccontare povertà, oppressione, pene d’amore, insoddisfazione, ma anche i ritmi sincopati e le note dell’Africa – o almeno di “attitudine”. Banalmente: se suoni il blues, devi avere un buon motivo per farlo, devi saperne maneggiare gli accenti e magari arricchirlo con qualcosa di “vero” e di “tuo”, per evitare che tutto si trasformi nell’applicazione di una dialettica sterile impacchettata per il prêt-a-porter discografico. Tanto per essere chiari, da una parte stanno Charley Patton e Robert Johnson, dall’altra i dischi di duetti spesso prescindibili riconducibili a primedonne o mestieranti del genere.

Gli Stones nascono dal blues, visto che a inizio carriera quello era il riferimento principale della band britannica. Una formazione di giovinastri scapestrati che allora raccoglieva il testimone di numi tutelari (Muddy Waters su tutti, Willie Dixon, ma anche il Chuck Berry più rock & roll e molti altri), animata da una passione che era quasi devozione religiosa. Poi il blues è diventato per loro una matrice da cui generare qualcos’altro, ovvero il sound che tutti conosciamo, anche se, ad esempio nei Settanta, i Nostri hanno continuato a sfornare piccole perle di ortodossia come Ventilator Blues o I Got The Blues, e cover riuscite come You Gotta Move o Stop Breaking Down. Il tutto in un periodo in cui Jagger e Richards avevano la scintilla della creatività ben sintonizzata sul loro vissuto “incasinato” e sull’essenza del sound in questione.

Nel 2016 esce Blue & Lonesome, un album di cover blues – brani, tra gli altri, di Little Walter, Willie Dixon, Howlin’ Wolf, Jimmy Reed – registrato in tre giorni ai British Grove Studios di Londra e definito dal co-produttore, Don Was, un «testamento» dell’amore degli Stones per la musica e per il blues stesso. Non mettiamo in dubbio che la band si sia divertita parecchio a incidere un album nato un po’ per caso (si sente un convinto trasporto da parte dei musicisti), eppure il lavoro a noi pare più una strana via di mezzo tra l’esercizio di stile e l’omaggio affezionato. In un disco che idealmente riprende gli arrangiamenti della scuola elettrica di Chicago (quindi niente blues-folk acustico del Delta, ma in primo piano solo chitarre elettrificate e l’armonica a bocca suonata da Jagger) la discriminante è rappresentata da quanto i brani scelti per la scaletta si accordino con lo stile e le capacità degli Stones: le lentezze di Hoo Doo Blues, una Hate To See You Go che cita idealmente la Shake Your Hips di Exile On Main St., il beat sincopato di Just Like I Treat You mostrano una bella grana polverosa, sudata e convincente; brani col pilota automatico come Just Your Fool o All Of Your Love, compitini come Ride’em On Down o il soul (purtroppo per lui) bianco del Jagger gigione della title track, veicolano invece un mood stereotipato che proprio non riusciamo a digerire. Qualcosa che ha a che fare più con l’intrattenimento che con il feeling “autentico” del blues. Il cammeo di Eric Clapton in Everybody Knows About My Good Thing e I Can’t Quit You Baby contribuisce ad alzare un po’ le quotazioni di un lavoro che non si prende troppi rischi in termini di arrangiamento e interpretazione, difetto quest’ultimo che ce lo fa considerare un po’ un’occasione sprecata.

Facendo un giro sui principali portali generalisti e non (soprattutto inglesi) Blue & Lonesome è dipinto come un capolavoro (date un’occhiata ai voti raccolti da siti internet come Metacritic, roba che manco ai tempi di Sticky Fingers). A noi pare invece che gli Stones abbiano trovato il modo di divertirsi, far felice la casa discografica (era dal 2005 che non pubblicavano un nuovo album da studio) e portare in giro una musica che nel medesimo istante è e non è la loro musica. Un suono che invece andrebbe studiato in maniera sistematica sui dischi degli autori originali: l’unico modo per capirne il senso e l’essenza, al di là della grammatica fine a se stessa.

8 dicembre 2016
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