Recensioni

7.5

Se i Vex’d non hanno goduto dei blasoni che meritavano, o perlomeno la loro tosta angolazione industrial del dubstep non ne ha ricevuti mai abbastanza, Jamie Teasdale (Kuedo) e Roly Porter al contrario si sono ritagliati, all’interno tanto dei magazine specializzati quanto dei festival elettronici che contano, uno status di tutto rispetto, conquistato sul campo e ottenuto grazie a una ricerca sonora che li ha visti intraprendere percorsi distinti e ben individuabili, ma dagli interessanti punti di contatto. Tanto nel 2011 quanto oggi, i due sembrano, pur a distanza, dialogare e completarsi, con il primo a esplorare angolazioni più romantiche e camaleontiche, e il secondo a viaggiare in una parallasse assolutamente visionaria. Entrambi, fin dall’inizio, hanno scelto di allontanarsi dal club perdendosi in quello stesso cielo in cui i corrieri cosmici avevano visto una via d’uscita alle miserie di una condizione umana e sociale lacerata non più da guerre mondiali, ma dai conflitti interiori.

Kuedo, è vero, ha mantenuto legami col ritmo e con il cuore in Severant, ha trafficato con le stesse macchine con le quali si faceva il primo hip hop modificando geneticamente i rullanti della trap e ha visto nella narrativa IDM, in Vangelis e nella sua soundtrack di Blade Runner, un percorso esplorativo che ben s’adattava (assieme ai synth analogici e ai preset già ben battuti dal giro Oneohtrix Point Never) a questi anni Dieci non meno orwelliani degli anni Ottanta e non meno laceranti dei Settanta. Porter invece, fin dall’esordio Aftertime, si è buttato a capofitto nella polpa più nera e nei gironi più danteschi dei primi Cluster e Amon Düül e nei più scuri album dei Tangerine Dream. A sua volta, anche lui ha aggiunto del suo, miscelando magma spaziali tecnoidi (quelli che poi Shapednoise approfondirà per bene) e viste estatiche fuori dall’oblò, calme piatte à la Dune e giardini zen, e, se vogliamo, anche un tocco di metafisica vittoriana (l’immagine d’accompagnamento è quella finale di 2001 Odissea Nello Spazio).

Naturale che questo sguardo cosmico per definizione ma ibridato in un intorno di generi e filoni – post-classical, post-minimalista, vicina alle esplorazioni cattedratiche e noisey di Tim Hecker e ai cataloghi Mille Plateaux e Touch – abbia trovato compimento prima in un album dedicato al ciclo di vita di una stella, Life Cycle of a Massive Star, e poi in questo Third Law, disco che tira in ballo Newton e la terza legge della dinamica (il principio dell’azione e della reazione) e segna l’ingresso del musicista su Tri Angle, label da sempre alla ricerca di nuovi ibridi sonori nel più maximal degli approcci minimal. In tutta coerenza, e sempre all’interno degli scambi a distanza tra i due, il nuovo disco è il più tarkovskijiano composto finora. Niente di umbratile qui, semmai ci troviamo qualcosa di gregoriano, niente epopee del tubero à la The Martian (e per fortuna), semmai pensiamo a un mondo che sta tra Solaris e la colonna sonora ripensata dal tormentato Ben Frost, superandola però, e non di poco.

Si dirà che in Third Law non c’è nulla di nuovo, ma comporre una cinquantina di minuti come questi, senza mai ripetere le stesse soluzioni più di una volta e pur rimanendo coerenti al un subliminale concept di fondo, è una mossa invidiabile, tanto più se confrontata con le produzioni di Rafael Anton Irisarri e di tanti musicisti incartati tra droni, post-classica e noise. Dunque nessun Disintegration Loop da queste parti. A dominare non sono il ricordo e la memoria, quanto uno rinnovato sguardo cibernetico sulla cibernetica, sulle Matrix di oggi, su una Skynet che ha già tatticamente vinto, il tutto visto da fuori, dallo spazio, dall’ignoto. Ed è proprio il non conoscibile il punto forte dell’opera e dell’intera discografia porteriana: riuscire a farti entrare in un immaginario potente e complesso fatto di molteplici rimandi non solo cinematografici, lasciando ampi spazi a un familiare ma intraducibile mistero.

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