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Il sonno della ragione genera mostri. Il clima di incertezza politica è paragonabile a un sonno collettivo delle menti più illuminate di una società, e se si vanno a scandagliare le diverse epoche storiche fino ai giorni nostri diventa evidente come questo annebbiamento delle coscienze si ripresenti a cadenza regolare. Più il progresso avanza e più lo spettro di questo baratro allucinato e allucinante si allontana, ma è inevitabile – pare – un black out improvviso che riporti la civiltà al punto di partenza, costretta a ricominciare daccapo, a ricostruire la propria umanità prima di tutto, come accadde alla fine del secondo dopoguerra o – ancor prima – alla Francia dopo l’affair Dreyfus. Nel 1894, infatti, Alfred Dreyfus, capitano alsaziano dell’esercito francese, venne accusato ingiustamente di alto tradimento; quando l’errore si rivelò evidente, lo Stato Maggiore non fece marcia indietro per paura di un imbarazzo politico generale, e quando si arrivò a un nuovo processo adoperò la carta dell’antisemitismo come arma principale della difesa, sostenuto com’era dal forte odio della popolazione nei confronti degli ebrei. Solo la caparbietà di un uomo retto, il colonnello Georges Picquart, promosso a capo dei servizi segreti e accortosi del grossolano errore verificatosi sul famigerato bordereau, riuscirà a restituire la libertà a un uomo innocente.

A due anni da Quello che non so di lei, astuto thriller costituito da un attenta analisi del doppio nell’era digitale, Roman Polanski torna al film storico e alla sua vitale lotta all’antesimitismo (sono trascorsi ben 17 anni dall’Oscar per Il pianista). L’affare Dreyfus è probabilmente il caso di cronaca giudiziaria più eclatante nella storia della Francia repubblicana, e il regista polacco se ne serve abilmente come baluardo non solo contro quella che sembra la perenne condizione di un popolo ciclicamente vittima di ingiustizie e malvagità, ma anche come monito a caratteri cubitali da ricordare in tempi di conflitti e confusione come quelli attuali. Il Dreyfus amabilmente interpretato da Jean Dujardin non è affatto un uomo incorruttibile (anche lui cova dell’odio represso per il popolo ebraico in quanto figlio del proprio tempo, e ha una relazione adulterina con la moglie di un amico), ma nella professione porta avanti una condotta integerrima, oggi sempre più rara, e ottiene una riabilitazione pressoché totale, sia da parte di se stesso che da chi l’ha sempre osservato con sospetto. Così come in Carnage emergeva prepotentemente la condizione da recluso di quegli anni (Polanski era agli arresti domiciliari), in questo L’ufficiale e la spia è impossibile non notare una componente autobiografica forte sulla propria vicenda, sull’esortazione a documentarsi e far prevalere la ricerca ossessiva della verità al giudizio sommario e ignorante.

Viviamo in un mondo di falsità e verità artificiose (dove la post-verità è servita su piatti d’argento), di doppi principi e doppi fini, dove tutto ciò che è autentico può essere sostituito in un battito di ciglia. Polanski torna indietro, al tempo in cui una società che si professa democratica e repubblicana si rende artefice di uno degli atti più deprecabili, l’abbandono di un proprio cittadino, e traccia un parallelo che da quell’epoca arriva fino ai giorni nostri: un periodo storico intasato di opinioni, saturo di contraddizioni, privo di idee o ideologia, privo di senso e significato, privo di morale, quella stessa morale che un tempo spingeva le azioni di uomini di intelletto come Émile Zola a scrivere una corposa lettera-pamphlet per L’Aurore intitolata J’accuse (da qui il titolo originale francese), nel quale esprimeva il suo sdegno nei confronti degli alti esponenti dell’esercito pur nel massimo rispetto della sua professione. Il 2019 è un periodo di forti contrasti sociali, politici, ideologici, in cui anche lo spettro dei vari fascismi nazionali sta assumendo una solidità e una concretezza che si pensava fossero state spazzate via per sempre; e sembra di vederlo ritratto lì, tutto quell’odio di cui quotidianamente leggiamo sui giornali oggigiorno o appena rientriamo sui social network. La speranza è quella di non fermarsi al titolo, ma di approfondire, studiare, mettersi in gioco e rischiare tutto ciò che abbiamo, anche solo in virtù di una legge morale ormai dimenticata.

31 Agosto 2019
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