Recensioni

6.9

In 10 anni di attività professionale, con 9 album, 7 EP e un’antologia all’attivo, l’esperienza musicale di Rome (moniker del musicista lussemburghese Jerome Reuter) si è svolta essenzialmente all’insegna di un sad-core – sottogenere più triste e affranto dell’emocore – che assorbiva suggestioni stilistiche dall’industrial esoterico e dalla coldwave dei primi anni Ottanta, dal post-rock dei primi anni Novanta e dal folk apocalittico e deviato del III millennio, a sua volta mutuato da quello degli anni Sessanta. Le sue lugubri trenodie celebrano un nugolo di antieroi sconfitti e dimenticati, disprezzati e fraintesi, attraverso una poetica che recupera, tra l’altro, l’esistenzialismo di Camus e Genet e la accosta alla tradizione di chansonnier emotivi e desolati come Jacques Brel e Leo Ferrè.

È quindi partendo da questa piattaforma che incorpora nello stesso momento tradizione e modernismo corrosivo (l’esoterismo come act espressionista, l’interesse per l’occultismo) e unisce l’elegante raffinatezza delle chitarre acustiche e delle tastiere con lo slowcore concettuale e fatalista di Slint e Codeine, che prende le mosse l’album Hyperion Machine in uscita il 26 agosto 2016 per Trisol Records. In questo decimo album, Rome immerge le sue atmosfere arcane e le sonorità vagamente cerimoniali in strutture marziali e solenni che ondeggiano fra il gothic rock più manierato e la maestosità del desert-rock: in un sol colpo le sue litanie altamente drammatiche vengono trasfigurate contemporaneamente in cupe e funebri melodie (Stillwell, Adamas), oppure in luminose ballate acustiche reminiscenti della lezione di Dylan e Cash (Celine In Jerusalem), da bisbigli subliminali (la title-track) e da grandiosi territori armonici ispirati dal paesaggio torturato e terrificante del deserto (Transference, The Alabanda Breviary). L’album è percorso incessantemente da un anelito di ascesi nietzscheiano con cadenze che passano dal registro idilliaco (Skirmisher Of Diotima) a quell’epico (Cities Of Asylum), dal tono liturgico (The Secret Germany) a quello estatico (FanFanFan): la musica di Rome è come una lente deformante, nulla sembra ciò che è, e tutto sembra “altro”, “oltre” e “dopo”.

Tecnicamente la strumentazione viene usata a volte come corredo, a volte come struttura portante secondo le regole della new age cosmica. Tuttavia Rome conserva un approccio barbaro, terrestre, quasi brutale a volte: se alcuni brani non sfigurerebbero come colonne sonore di alcuni testi medievali sul male e sul demonio, di certo altri sono inquietanti nei loro rimandi paranazisti (ad esempio Die Morder Muhsams). Il problema sta nel fatto (abbastanza evidente) che l’album straripa letteralmente di segni (in senso semiotico) musicali: non si fa in tempo ad assimilarne uno che se ne presenta subito un altro e così via, in un orgia ultraconcettuale sicuramente stimolante, ma anche al limite della pedanteria. In compenso, a riabilitare l’opera pensa il vasto campionario di registri vocali adottati soprattutto per approfondire ulteriormente gli arrangiamenti: di Dylan e Cash s’era già detto, ma ci sono riferimenti anche a Nick Cave, Stan Ridgway, Brendan Perry e Jeffrey Lee Pierce. Al di là della pretesa (anche giustificata) di essere un album concepito come lacerante viaggio all’interno delle nostre angosce più recondite e dei fantasmi del subconscio, The Hyperion Machine funziona come una sintesi perfetta degli ultimi 40 anni di rock cantautorale.

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