Recensioni

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In pochi ricorderanno i Jenny’s Joke, formazione indie italiana attiva la seconda metà degli anni zero, ma quei pochi (e con loro tutti gli altri all’ascolto) saranno sicuramente felici di trovare Maurizio Vaiani, che della band era frontman e vocalist, nascosto dietro lo pseudonimo RosGos, progetto solista, avviato nel 2018 e giunto ora al secondo capitolo.

Pur prendendo il nome dalla forma dialettale con cui nelle valli lombarde viene chiamato il pettirosso, Maurizio guarda in realtà ai grandi spazi aperti d’oltreoceano, ispirandosi dunque a tradizioni soniche internazionali, come dimostra anche la scelta di cantare, questa volta, in inglese. È un folk tipicamente statunitense quello declinato in Lost in the Desert, disco che la piena e fruttuosa maturità raggiunta da Vaiani, tanto in fase di scrittura quanto in quella di produzione (complice l’apporto dell’amico ed esperto Marco Torriani). Considerata infatti la natura assai indipendente di questa nuova incarnazione artistica, Lost in the Desert è un lavoro che non ha assolutamente nulla da invidiare a uscite più blasonate (e supportate con ben altri mezzi).

La fascinazione per i suoni tipici dell’americana non è certamente una novità in Italia, dove un gruppo come i Sacri Cuori ha raggiunto anche una buona esposizione di pubblico, ma RosGos osa un poco di più, unendo alle atmosfere polverose e dilatate tipiche del genere un solido e vario songwriting e un approccio più sentimentale e intimo. L’album si apre leggermente sottotono, ma con l’indie elettrico di Telephone Song inizia a carburare e nelle tracce successive prende definitivamente il volo: Sparkle si apre a melodie più pop e immediate, mentre To Day Dream alleggerisce con la delicatezza dei cori un sound tenebroso ed elettrico che pare omaggiare Nick Cave; la stessa pervasiva elettricità caratterizza anche Lost, altro brano che esplora le coordinate più dark del suono di RosGos, mentre la struggente MaryAnn si pregia di discreti e raffinati ricami elettronici.

Il trittico che chiude l’album rappresenta probabilmente il picco qualitativo dell’intera opera, racchiudendo al suo interno tutte le traiettorie sonore esplorate dal cantautore lombardo: dal vorticoso incedere di The Date si raggiungono, attraversando il blues morriconiano di Misery, efficaci romanticismi adolescenziali nella conclusiva 17.

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