Recensioni

Recensire Roy Harper è un po’ come recensire un mare in tempesta, la quiete del pomeriggio, la luce che vibra nell’aria poco prima del crepuscolo. In ambito folk rock pochi artisti appartengono alla categoria del trascendentale come Mr. Harper, occorre tirare in ballo nomi aulici quali Nick Drake e John Martyn, oppure – per restare ai vivi – di Robert Wyatt. Ognuno con le proprie peculiari frecce in faretra, ovviamente, ed il nostro straccione sofisticato – che un tempo si guadagnò l’omaggio degli amiconi Led Zeppelin nonché un ruspante cameo nella floydiana Have A Cigar – è fra quelli elencati il più portato a centrare un lirismo terrigno, fatto di stravisioni paniche e immersioni nel lato oscuro dell’estasi.
Tredici anni dopo Green Man – di cui ci siamo abbastanza dimenticati – torna a farsi vivo con l’album di inediti numero ventidue, dissipando l’assodata convinzione che questo settantaduenne avesse appeso le corde (della chitarra e vocali) al chiodo. Lo fa anche grazie alla spinta di un fan totale come Jonathan Wilson, che ha messo mano a un bel po’ di strumenti e nel cui Fivestar Studios sono stati incisi quattro pezzi su sette, e col contributo di uno stuolo impressionante di musicisti tra i quali spicca un ospite di riguardo come Pete Townshend. Ne è uscito un lavoro fieramente anacronistico perché sa di poter contare su un lasciapassare leggendario, nel senso che prende avvio e si consuma nella dimensione estetica e temporale del suo autore.
La vecchia calligrafia è riconoscibilissima malgrado accetti di scendere a patti con l’età, facendone anzi un ingrediente poetico sostanziale. In questo senso, le canzoni possiedono la qualità indolenzita e grave dell’ultimo Cash (compresa qualche umanissima incertezza nella voce, peraltro ancora in gran spolvero), pur giocandosela naturalmente su un terreno più astratto e sparso, come nei palpiti sonnacchiosi di Time Is Temporary (piuttosto drakeiana) o nella lunga, meditabonda e allucinata Heaven Is Here. La dialettica tra fibra folk basale da trovatore profeta e l’ampio respiro cameristico non produce la coesione febbrile di un tempo, però comunque non manca di fascino come un miraggio elegante ed esausto, come accade nella vagamente younghiana January Men.
Personalmente trovo poco azzeccate l’aria iperadrenalinica di Cloud Cuckooland (Townshend alla chitarra solista e un sax che impasta pennellate prog e AOR 80s) e il piglio da santone marziale – vagamente Roger Waters – nella opening The Enemy, ma nel complesso – si aggiunga al saldo positivo una The Stranger che intreccia trame folk blues e implicazioni orientali con la solennità misterica di certi Zeppelin acustici – è un titolo che non sfigura nella formidabile discografia di cotanto autore. Di fronte al quale, se stavolta ci togliamo il cappello, è per dirgli: bentornato.
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