• Ago
    14
    2018

Album

Grapefruit

Add to Flipboard Magazine.

A circa due anni R M H Q: Headquarters, il corposo quadruplo che ne aveva sancito il ritorno sulle scene dopo un decennio con uno dei suoi lavori più sfaccettati, completi e riusciti, e a otto dallo split che il Nostro aveva condiviso – a stanze separate ma comunicanti – con Liz Harris, in arte Grouper, Roy Montgomery torna con un album in cui per la prima volta si avvale del contributo di cantanti esterne, tutte donne. Fino ad ora anche la sua voce aveva occupato una parte all’interno della sua discografia, che è per la maggior parte strumentale (è dichiaratamente autocritico rispetto ai suoi sforzi come cantante), votata ad un’idea di musica per il cinema, al cinema delle note. Quando la voce s’è insinuata tra le sue cortecce psichedeliche lo ha sempre fatto in controluce, come pennata catartica, un personale Om gotico paragonabile per certi versi a quello del Michael Gira ridotto all’essenza, quando entrambi sappiamo essere fan di Ian Curtis. In Suffuse vanno in scena sei canzoni aperte sull’orizzonte naturale, strutture lasche, ambientali, che ripropongono il suo inconfondibile (e sublime) sfregamento dronico in avvitamento celeste, come a picco sul mare, con la sua sei corde a sciogliersi cinematica, in severo realismo herzogiano (lui si ispira più spesso a David Lynch, ma tant’è…), torrenziale come area, corale nel senso del suo divenire biologico. Delle sette protagoniste coinvolte, una per ogni brano proposto (tranne Mirage, dove troviamo il duo Purple Pilgrims), proprio alla sopracitata Harris spetta la pennata finale, nella conclusiva e più suggestiva Landfall, approdo di nome e di fatto dove la Nostra canta mimetica (come sa) al punto da scomparire come un puntino in mezzo all’oceano.

Il resto è inferiore ma senz’altro di livello, fate conto una raccolta di performance pensate per il Bang Bang Bar di Twin Peaks, mica poco. La mascolina Haley Fohr (Circuit Des Yeux) apre con Apparition invertendo la polarità con la Harris, il loro dialogo è quello degli opposti. Il suo è un evocar presenze, il fantasma di Tim Buckley è quel che per primo viene in mente, con un contralto blues scarno e declamato. Ne viene fuori uno slavato lied eroinomane con Scott Walker idealmente nella stanza. Jessica Larrabee (She Keeps Bees) è la protagonista della più pacata Rainbird, che riavvolge il nastro sui Mazzy Star desertici e sulla Cat Power ancora in botta alcolica dei 90s. Roy qui piazza la telecamera alle spalle di un albero il cui tronco porta ancora le incisioni del Wenders americano. La bella Wilder Maker (Katie Von Schleicher) dal Maryland inietta strofe e anche un soffio di pop nella più dimenticabile e shoegazy Outsider Love Ballad N.1., mentre il breve intervento (weird) folk delle sorelle Purple Pilgrims (le neozelandesi Clementine e Valentine Nixon) colora la parete molle della preziosa Mirage. A Julianna Barwick e al suo layering vocale tocca invece l’altro picco del disco, e guarda caso anche qui parliamo di un folk magico e spalmabile sulle note del Nostro proprio come quello della Harris.

Senz’altro un’operazione rigenerante per Roy, giunto a questo punto della sua splendida quanto appartata carriera. Un disco che al suo meglio sa di catartico atto di sparizione collettiva. Un esorcismo contro internet e le interconnessioni digitali. Più banalmente, è un buon lavoro rivolto ai potenziali nuovi fan del chitarrista che, ne siamo sicuri, non faranno fatica a entrare da questa porta nella cattedrale delle opere maggiori del Nostro, e da qui alle sue gesta più antiche, alle collaborazioni (una su tutte: Hash Jar Tempo), alla sua discografia più radicata nell’underground neozelandese, ovvero Dadamah e Pin Group. Con quest’ultimi, ricordiamolo, ad aver inaugurato nel lontano 1981 l’epopea della Flying Nun.

6 Settembre 2018
Leggi tutto
Precedente
Slaves – Acts Of Fear And Love
Successivo
Tunng – Songs You Make At Night

album

album

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite