• Nov
    11
    2014

Album

Interscope Records

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È puramente un lavoro di vibrazioni, il nuovo disco dei Röyksopp. Quando parte si sente tutta l’eredità di Giorgio Moroder mescolata alla cupezza dei vocoder dei Daft Punk nella metronomica e cupa Skulls: un monito che diventa leit motif di tutto il disco. Svein e Torbjørn ci hanno infatti confermato che questo ultimo lavoro in formato album è stato pensato con un mood da “canto del cigno”, una specie di omaggio e addio all’oggetto musicale stesso, a quella scatoletta sonora che contiene da sempre le gioie e i dolori di ogni musicista, sangue e anima, intimo e pubblico.

Ma come “finiscono” i due nordici la prima parte della loro carriera? Plastificandosi, diventando un monumento, una fotocopia robotica di se stessi, che trova il tempo di guardarsi indietro, mescolando gli anni ‘80, le pulsioni tardoadolescenziali di quando ascoltavano Torske alla radio (qualcuno potrebbe azzardare un parallelo con i Modern Talking in Monument), viaggiando su un territorio ovviamente influenzato dall’italo-disco, ma anche da tutto quello di cui loro sono stati profeti: quella scuola nordic che si è tenuta in vita grazie al rispetto del passato, all’uso sapiente di strumentazioni e mixaggi vecchi, ma non datati, di personaggi che hanno mandato avanti un’idea di pop applicato alla dance senza troppi fronzoli, se vogliamo balearico nella sua essenza.

Un discorso generazionale per molti dei loro fan (e anche per chi scrive), fan che anagraficamente viaggiano sui quaranta e che hanno ballato nei noughties al suono degli epigoni/compagni di banco Lindstrøm, Prins Thomas, GusGus e Todd Terje. Sven e Torbjorn sanno mettere le cose a punto, chiamano i collaboratori più indicati: l’amica Robyn, già ascoltata in qualche album precedente e nello split di qualche mese fa, la voce dark di Jamie McDermott degli Irrepressibles in quattro pezzi che portano una sensibilità post-soul contemporanea al tutto, Susanne Sundfør, cantautrice pop di grande successo in Norvegia (ex backing vocalist di Björk e già sentita nella colonna sonora di Oblivion degli M83), che sa colpire al cuore in Running to The Sea, e per chiudere Ryan James nella già citata Sordid Affair, che è piena guardacaso di francesismi già noti à la Air-avec-Tellier.

C’è poi qualche ricordo a Melody A.M. e a The Understanding in Save Me e in Coup De Grace e qualche altro sguardo al passato in pezzi più dancefloor come I Had This Thing. Il disco conferma tutto quello che già sapevamo di Svein e Torbjørn senza spostare la qualità, nè in alto nè in basso. Rileggendo l’intera discografia capiamo oggi come Junior e Senior siano serviti ad utilizzare elementi orchestrali e di arrangiamento al tempo considerati interlocutori, che insieme alle malinconie degli esordi definiscono oggi invece un piccolo grande classico. Grazie ragazzi, peccato che sia l’ultimo disco. Noi ci eravamo affezionati a voi, al vostro mondo e ai vostri dischi. Alla prossima, sia essa singolo, live o qualsiasi altra forma di spettacolo.

5 Novembre 2014
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