Recensioni

7.4

All’inizio degli anni Novanta, Paul Webb lascia i Talk Talk, la band che lo ha reso celebre e con la quale ha attraversato gli Ottanta con una cifra stilistica unica. In pratica, fa in tempo a dare il proprio contributo a quel capolavoro (allora) incompreso che è Spirit Of Eden (di cui trovate un ottimo racconto firmato Stefano Solventi), mentre il successivo Laughing Stock diventa un affare solo di Mark Hollis con Lee Harris. Se la discografia dei Talk Talk non è particolarmente densa, quella solista di Webb con il moniker Rustin Man è ancora più sparsa. L’esordio, se così lo possiamo chiamare, è uno dei dischi più belli degli anni duemila, Out of Season, firmato nel 2002 con una straordinaria Beth Gibbons dei Portishead dietro il microfono. Questo Drift Code è a tutti gli effetti il secondo disco, a diciassette anni dal primo vagito del progetto. Diciamo che Paul Webb non è uno che ha molta fretta…

A dare credito alle note della press release, Webb avrebbe lavorato su questo pugno di canzoni per anni nel dorato ritiro del suo studio privato nella campagna dell’Essex, alternando l’attività musicale con l’impegno stucchevolmente sbandierato di crescere le proprie due figlie. Sulla lunghezza della lavorazione, abbiamo però pochi dubbi: la stratificazione sonora, il lavoro di cesello sui suoni (un aspetto che il Nostro si porta dietro dai tempi dei Talk Talk) è tutto lì a gridare costantemente “qualità” ad ogni accordo o colpo di plettro. Dalla sua esperienza con Mark Hollis e Lee Harris si porta dietro anche la passione per i tempi dispari, con Light the Light che appoggia il pianoforte suonato con il polso rigido su un 7/4 e il soft rock di targa Seventies che sbrodola in Our Tomorrows che si appoggia a un 5/4: non proprio i tempi più frequenti per il pop/rock attuale. Su tutto il programma, tranne l’intermezzo strumentale Euphorium Dream che divide esattamente a metà la scaletta, ad attirare magneticamente è la voce di Webb: sicuramente non potente, ma ha quel timbro eerie, direbbero gli anglofoni, che la rende misteriosa, fascinosa. E la bravura del compositore Webb, nel confrontarsi per la prima volta definitivamente con il proprio canto, è cucire le canzoni addosso a questa sua caratteristica.

Influenzato, a suo stesso dire, dalla musica degli anni Quaranta (immaginiamo tantissimo jazz e musica per il cinema), Drift Code dipinge un universo maliconico in cui Webb si confronta con uno scollamento tra vita e morte, elementi che paiono – paradossalmente – coesistere sullo stesso piano, con i rapporti umani che si deteriorano sottoposti alle intemperie della contemporaneità («At last I’ve found more warmth to feeling, it feels so good to be alive», canta a un certo punto nell’iniziale Vanishing Heart), la solitudine che attanaglia l’esistenza (in The World’s in Town il narratore è «Part of the Milky Way» ma si scalda per uno «smile»), sentimenti indecifrabili che offuscano anche la gioia tingendola sempre di altro (si ascolti il contrasto tra l’organo e il controcanto femminile in Brings Me Joy). L’autore muove costantemente le manopole delle emozioni che scaturiscono dalle canzoni, dando a ognuna di esse una profondità che richiede ascolti compulsivi per essere appresa fino in fondo. Aiuta tantissimo la profondità degli arrangiamenti – anche questo un elemento che rimanda alla band della gioventù – che qui si sdilinquiscono su fiati caldi, backing vocals ritagliati alla perfezione, synth dolci e delicati che non tradiscono un impianto volutamente suadente e quasi acustico. Al di là dei riferimenti specifici che possiamo rintracciare in ogni singola traccia, figli della cultura e del percorso musicale di Webb, il principale riferimento che viene in mente ascoltando Drift Code è uno strano, ma efficacissimo, mash del David Bowie circa Space Oddity e di quello più recente. Speriamo solamente di non dover aspettare altri diciassette anni per il terzo, proverbialmente difficile, disco.

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