• Set
    16
    1988

Classic

Parlophone, EMI

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Un mio conoscente social, un tipo strano, un giorno scrisse poche righe su questo disco. Tra le altre cose lo definì, cito a memoria, «una specie di asteroide precipitato nell’oceano, inghiottito dalle acque, di cui non si è accorto quasi nessuno». Non so che fine abbia fatto quel mio conoscente, da un pezzo è sparito dai social. Nel frattempo, di Spirit Of Eden non mi è riuscito di trovare una definizione più soddisfacente.

Correva l’anno 1988. Solo due anni prima i Talk Talk erano una band di successo che non aveva saputo ripetere l’exploit clamoroso del secondo album It’s My Life (EMI, 1984), ma solo perché con The Colour Of Spring (EMI, 1986) avevano scelto una strada più strutturata, abbandonando la radiofonia fastosa ed esotica che aveva consentito a singoli come Such A Shame e – appunto – It’s My Life di fare sfracelli in area synth-pop. Synth-pop, certo, ma abitato di memorie post-punk e un’inventiva arty e world (come se ‘sti giovanotti londinesi – poco più che ventenni, a parte il classe ’55 Mark Hollis – fossero i cugini arguti e adrenalinici di Peter Gabriel) che lo rendeva manufatto prezioso, generoso, a tratti sbalorditivo. Oltre sessanta settimane nella Top 200 di Billboard ne fecero uno dei fenomeni discografici più rilevanti di quella metà anni ’80.

The Colour Of Spring ne raccolse quindi l’eredità schizzando subito nei piani alti delle classifiche, ma si percepiva che qualcosa era cambiato. Un ritrarsi, un raccogliersi entro trame sensibilmente più complesse e meno accomodanti, potendo comunque vantare singoli pazzeschi come Life’s What You Make It e Living In Another World. La band, in origine un trio, vedeva ormai l’organico allargarsi con l’ingresso di tastieristi, armonicisti, percussionisti. Di synth-pop non restava pressoché nulla, divorato da pulsazioni tribali e una vena progressiva resa stringente da tensioni wave assieme ariose e geometriche. Il leader Hollis, fin da subito dipinto dalla stampa come un intellettuale arguto e vagamente sciroccato (c’è chi parlò di “nuovo Lennon”), iniziò a dimostrare una strisciante idiosincrasia verso le regole dello showbiz. Il nuovo disco si comportò bene, ma non soddisfece le aspettative di quanti si aspettavano la replica delle hit a pronta presa di due anni prima. Eppure, tutto questo non poteva prepararci a Spirit Of Eden.

Pur sforzandosi di valutare il loro repertorio nei risvolti più sottili, la tessitura blues, jazz, folk, world e para-prog che sostanzia questo quarto lavoro non sembra trovare attendibili precursori nei tre album precedenti. Chiamata a collaborare un’autentica pletora di musicisti (oltre a Hollis, al batterista Lee Harris e al bassista Paul Webb – il nucleo base della band – più il sodale producer e strumentista Tim Friese-Greene, tra i credit si contano altri dodici musicisti e il coro della Chelmsford Cathedral), il suono non mira a saturare gli spazi, al contrario, quel che regna è un’essenzialità calda e vivida, un’economia di timbri che pare dettata dalla volontà impressionista di tratteggiare un habitat espressivo credibile, situato ad un passo appena dalla confessione, dalla resa dei conti emotiva.

I Talk Talk in questo disco non concedono nulla alla (né perseguono la) ritualità liberatoria della canzone pop: anzi, ogni pezzo, spesso legato agli altri senza soluzione di continuità (smarcando quindi l’opera anche dalla dimensione di album come “raccolta”), è una sorta di rituale, la rappresentazione (sacra) di un desiderio febbrile, del bisogno disperato di affrancarsi, di recuperare una pienezza perduta, frantumata dalla pressione insostenibile della dis-umanità di fine secolo. Allo stesso modo, allude alla vicenda di Hollis, alla sua sempre più radicale insofferenza nei confronti dei meccanismi che sovrintendono il “farsi” del pop. Si prenda Desire: col suo passo da processione blues rock circospetta, col suo procedere sperso guardandosi attorno in un plateau bruciato, sospinta da un riff di chitarra sospettoso e avvolta da un bordone d’organo, radi tocchi di piano, folate di tromba e un contrabbasso epidermico, vede Hollis sciorinare parole slegate, versi frantumati («Desire / Whispered, spoken / In time / Rivers, oceans») per poi letteralmente esplodere in uno dei ritornelli più potenti che la storia del rock ricordi, ma lo è ancora una volta in economia, fidando su un bilanciamento accorto di elettricità e distorsione, sapendo di poter fare perno sul contrasto con la vaghezza inquieta delle strofe.

Parole come «That ain’t me, babe / I’m just content to relax than drown within myself», pure se più elusive che allusive, fanno pensare che Hollis non avesse alcuna intenzione di nascondere i propri sentimenti, di nascondersi, almeno fino a quel momento. Ma non è, non vuole essere un disco chiuso su questa vicenda, ombelicale: fin dall’iniziale The Rainbows, altra processione sospinta stavolta dal piano, sospesa in una nuvolaglia madreperlacea di malanimo e perturbata da folate aspre di armonica blues, Hollis allarga il raggio d’azione scomodando questioni, diciamo così, universali. Primi tre versi: «Oh yeah, the world’s turned upside down / Jimmy Finn is out / Well how can that be fair at all». Jimmy Finn si riferisce forse a un personaggio dell’autobiografia di Mark Twain, destinato a morire nell’incendio del proprio letto, ma quel che conta è il senso di crepuscolo epocale, di pessimismo intrecciato a un fatalismo senza scampo («Unfound corrupt / This song the jailor sings / My time has run») se non nella imprendibile, straziante dolcezza con cui vengono pronunciate (prima che cantate) queste parole.

Sei le tracce, quasi tutte oltre i sei minuti di durata, nessuna meno che necessaria, curata fin nel più riposto dettaglio senza che ciò significhi appesantirne gli arrangiamenti. Canzoni che si muovono in un territorio che da inesplorato si fa vergine, saturo di promesse e futuristici raccolti. Il pezzo più breve è Inheritance, uno dei più lirici e jazzati, che pure nel chorus fa convivere splendidamente luccicanza eniana e movenze blues-world. Dal punto di vista del lirismo fa ancora di più la quasi-title track Eden, con un ritornello che si aggrappa a un crescendo melodico da far tremare i polsi («Everybody needs someone to live by / Everybody will need someone / Everybody will need someone to live by / Rage on omnipotent»), seguìto da un impagabile cincischiare pastoral-psichedelico come potrebbero i fantasmi dei Beatles in slow motion. È addirittura struggente I Believe In You, dedicata da Mark al fratello Ed, anzi alla sua tossicodipendenza, che alterna strofe dirette, quasi rabbiose, a un ritornello etereo, incastonato nella madreperla del coro della Chelmsford Cathedral («Spirit / Spirit / How long?»), premessa alla chiusa di Wealth, quanto di più simile a una preghiera, fatta di poco, condotta tra carne e spirito, sulla linea d’ombra in cui il carnale si spampana in spirituale («Create upon my flesh / Create approach upon my breath / Bring me salvation if I fear»), l’organo e il contrabbasso in questo senso agenti simbolici (quasi mimetici), la voce che sembra consumare l’ultima irrequietezza sulla soglia della pace, o della rassegnazione.

Inutile sottolineare come tra queste tracce non ci sia l’ombra di un possibile hit. Tuttavia, sostenere che questo album sia estraneo o indifferente alle “logiche commerciali” non è esatto o, almeno, non sembra bastare. Più correttamente, questo disco decide di esistere in un mondo (un eden) in cui le regole del successo non hanno alcun motivo di esistere, si guarda attorno e nel farlo determina un orizzonte di purezza circondato dall’abisso della rovina, e in questa possibilità dell’abisso coglie tutti i motivi – le logiche, le regole – che ne giustificano l’esistenza. Perciò queste sei tracce sembrano immerse in una nota dominante di abbandono, di fine imminente, di logoramento e rovina, intrise del succo di un presentimento potente, pervadente, che doveva avere qualcosa a che fare con quel finire di millennio, coi crolli prossimi venturi, con le rivoluzioni tecnologiche, politiche, economiche, quel tramonto di tutto abitato dai fantasmi dell’entusiasmo e del timore.

Quando di questo disco leggo che ha rappresentato un punto di riferimento (una preveggenza, a sua volta) per tanto post-rock, a partire dagli imminenti Slint, amo credere che si tratti innanzitutto di questo: una concomitanza sentimentale, la sintonia regolata sulle stesse frequenze impegnate a trasmettere segnali poco rassicuranti da un futuro imprevedibile, che metteva in discussione nel profondo il rapporto tra fattore umano e prassi post-umane. Ma è anche, questo disco, il primo, inequivocabile segno di una dissolvenza in uscita che avrebbe portato la band al (meraviglioso) canto del cigno Laughing Stock, dalla cifra sonora sempre più diafana, quindi – nel 1998 – all’estrema appendice dell’unico e omonimo lavoro solista di Mark Hollis. Preludio alla definitiva sparizione dalle scene del compositore, pianista e cantante londinese. Una vera e propria evaporazione, a parte un unico segnale risalente al 2012, un brano orchestrale utilizzato nella soundtrack della serie TV statunitens Boss. Poi, più nulla. Di Paul Webb ben sappiamo quanto poi abbia contribuito allo splendido Out Of Season di Beth Gibbons, assieme del resto al batterista Lee Harris che ha pure collaborato coi Bark Psychosis, rimarcando così un lascito di influenze che va dal trip-hop al post-rock, passando quindi per il rock alternativo più atmosferico e imprendibile (certe dispersioni Radiohead, l’intimismo sofferto dei Death Cab For Cutie, il lirismo lacerato degli Xiu Xiu…).

Non c’è altro da dire, se non che Spirit Of Eden è un disco bellissimo, uno dei pochi che giustifichino appieno l’abusata e spesso stucchevole espressione “senza tempo”.  

16 Settembre 2018
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