• Ago
    19
    2016

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Dead Oceans

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Nel 2014 il fascino sinistro di Ryley Walker, tenebroso ragazzone cresciuto sulla riva del Rock River, fiume che taglia in due la cittadina di Rockford, Illinois, non riuscì a calamitare verso di sé – e sul suo debutto All Kinds of You un’attenzione mediatica degna di nota. Furono in molti a non lasciarsi persuadere dalle traiettorie disegnate dalla vena artistica del Nostro, il quale, dopo aver bazzicato per anni la scena punk-rock di Chicago, sembrò aver trovato definitiva dimora nel più posato ambiente folk-jazz-blues di matrice classic. Sin dal sopracitato All Kinds of You il talento di Walker, per quanto ancora grezzo, venne (un po’ troppo facilmente) etichettato come “derivativo”, e se all’apparenza poteva sembrare non esserci definizione più adatta, col passare del tempo questa si sarebbe rivelata alquanto superficiale. I riflessi vocali di Tim Buckley, così come quelli melodici che rimandavano inevitabilmente a Bert Jansch, Van Morrison e Nick Drake erano fin troppo espliciti, ma dietro ad essi in realtà stava maturando qualcosa di ben più scrupoloso. Primrose Green, secondo capitolo discografico dalla copertina sfacciatamente ispirata alla pietra miliare Astral Weeks, servì a dimostrare proprio questo. Ci si rese conto così che il prodotto musicale del cantautore dell’Illinois non si reggeva solo ed esclusivamente su un semplice copia/incolla di formule dettate dai vari “maestri” di cui sopra, ma in realtà portava con sé una dote (che fosse solo il fascino o l’impenetrabilità del personaggio?) che lo rendeva uno dei “predestinati” a continuare sul solco della tradizione.

Dopo aver attraversato gli Stati Uniti in lungo e largo (e non solo) con oltre 200 concerti, il ventisettenne cantautore decise, sul finire di 2015, che era giunto il momento di lasciare da parte la strada, raccogliere i detriti lasciati alle spalle e dare forma a una nuova raccolta di canzoni. Il risultato è Golden Sings that Have Been Sung, otto brani che, ripartendo dalla base di Primrose Green, attraversano con estrema naturalezza territori folk, blues, jazz. Dal traballante fingerpicking di The Halfwit in Me alle suite di Sullen Mind e Age Old Tale – tenebrosa e dall’incedere prog la prima, più psichedelica la seconda – fino alle atmosfere jazzate di A Choir Apart e Funny Thing She Said e al folk à la Bert Jansch di The Roundabout, il terzo album di Walker (prodotto dal polistrumentista dei Wilco, Leroy Bach) non alza più di tanto l’asticella qualitativa rispetto al suo predecessore, ma è comunque dotato di quegli elementi che danno modo di attestare ancora una volta il valore della proposta musicale. Valore che si rispecchia a più riprese nella vulnerabilità e nella franchezza dei testi, così come nel calore e nella leggerezza melodica che attinge dal passato, ma che guarda anche ad artisti contemporanei, vedi Jonathan Wilson o il concittadino Jim O’Rourke.

Se proprio vogliamo rimproverare qualcosa a Walker, è il fatto di non essere riuscito ancora a dare forma a canzoni destinate a rimanere scalfite nella storia, ma è solo un dettaglio di poco conto. Anche perché, di questi tempi, personaggi come lui è sempre meglio tenerseli stretti.

 

20 Agosto 2016
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