• apr
    28
    2017

Album

Milan Records

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È quasi impossibile parlare del nuovo disco di Ryuichi Sakamoto senza legarlo al suo vissuto degli ultimi anni. Nel 2011 il Giappone è stato colpito da un violento terremoto seguito da tsunami, che ha ucciso più di 16mila persone. Il compositore – profondamente toccato – ha deciso allora di fare partire dei progetti di beneficenza e di raccolta fondi; nel 2014 poi l’artista giapponese ha annunciato al mondo di stare combattendo con un cancro alla faringe. Ora però sta decisamente meglio – il tumore pare essere del tutto in remissione, e Sakamoto pubblica il suo primo vero e proprio album solista (nel frattempo ci sono state colonne sonore come quella di The Revenant) da otto anni a questa parte.

Sakamoto, tra le figure più in vista anche in Occidente della musica giapponese, è noto da sempre per essere un innovatore, che ha saputo fondere la tradizione musicale del suo paese con la musica elettronica, prima con la Yellow Magic Orchestra insieme a quel genio di Haruomi Hosono, e poi in mille altri progetti, spaziando – in una carriera di enorme prolificità – tra ambient, classica contemporanea, glitch e world music. Progetti spesso solisti ma nei quali a volte si è accompagnato ad altri musicisti come David Sylvian, Christian Fennesz e soprattutto Alva Noto, con il quale ha pubblicato lavori notevolissimi tra classica e glitch music nei primi anni 2000. Non di meno, Sakamoto ha anche vinto un premio Oscar nel 1988 per la colonna sonora dell’Ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci.

Facciamo questo piccolo riepilogo di una carriera vasta e significativa perché forse la chiave di lettura di questo album è proprio quella di una summa del suo lavoro e delle tendenze che lo hanno attraversato, a cui più è rimasto legato e che sente più sue. Il disco infatti, che il suo autore descrive come la colonna sonora per un immaginario film di Tarkovskyij, suona quasi come una raccolta, pur avendo un certo tono di fondo, una riflessività che resta coerente per tutta la sua durata: spazia infatti di canzone in canzone tra generi molto diversi – si passa da un’apertura per piano e glitch (tra i pezzi più suggestivi del disco) a un brano per piano preparato alla Cage, e poi ancora field recording, un pezzo per triangolo, poi ancora drone music, ambient o elettronica più classica, una title track che sta dalle parti dell’avant-impro e un paio di pezzi dove sono cruciali le voci.

In fullmoon la voce dello scrittore Paul Bowles, presa dal finale del film tratto dal suo Tè nel deserto, parla della precarietà dell’esistenza, venendo poi tradotta e ripetuta in varie lingue (con l’italiano alla fine): «Poiché non sappiamo quando moriremo finiamo per pensare alla vita come a un pozzo senza fondo, eppure ogni cosa accade soltanto un certo numero di volte, e un ben piccolo numero in effetti. Quante altre volte ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia?». E poi ancora in LIFE, LIFE è David Sylvian a recitare la poesia «And this I dreamt, and this I dream” di Arsenij Tarkovskij (poeta poi superato in notorietà dal figlio regista): “To one side from ourselves, to one side from the world / Wave follows wave to break on the shore, / On each wave is a star, a person, a bird, / Dreams, reality, death – on wave after wave. / No need for a date: I was, I am, and I will be, / Life is a wonder of wonders, and to wonder / I dedicate myself, on my knees, like an orphan, / Alone – among mirrors – fenced in by reflections: / Cities and seas, iridescent, intensified».

È difficile non leggere tutto questo attraverso quello che ha vissuto Sakamoto negli ultimi anni, e soprattutto attraverso quello che deve avere imparato dalle sue esperienze e dalle tante riflessioni che le devono avere accompagnate. Un grande processo di autoanalisi e di scavo dentro se stessi, l’accettazione della propria mortalità, la comunione con la natura e la meraviglia per la vita e le sue mille bellezze: è di questo che ci parla, con la sua epica pacata, quello che probabilmente è, se non il lavoro per il quale Sakamoto passerà alla storia, quantomeno il suo disco più personale di sempre.

4 maggio 2017
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Alva Noto & Ryuichi Sakamoto

The Revenant, original music by Ryuichi Sakamoto and Alva Noto

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