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7.5

Questa recensione è/sarà scritta in due tempi: prima e dopo la visione del film di cui queste musiche sono colonna sonora. L’idea è quella di mettere a confronto le prime impressioni derivanti dagli ascolti antecedenti, idealmente vergini, con quelle che scaturiranno dalla fruizione successiva, consapevole del prodotto video-audio complessivo. Progetto sulla carta interessante, anche se in realtà anche il primo approccio non è riuscito a prescindere dall’importante paratesto: il lungometraggio in questione è uno dei più attesi della stagione, a firma del regista vincitore dell’ultimo Oscar (Alejandro González Iñárritu, con il bellissimo Birdman), con una delle star più importanti del pianeta come attore protagonista (riuscirà finalmente Leonardo Di Caprio a ricevere l’agognata statuetta?). Difficile evitare le sirene dei trailer e delle featurette, che promettono un film epicamente potente: una sorta di thriller biografico/survival movie ambientato nelle lande ghiacciate del selvaggio west del XIX secolo, dove la wilderness è protagonista al pari dei personaggi. Una storia di violenza, sopravvivenza e vendetta che si preannuncia carica di rimandi filosofico-esistenziali. E l’original soundtrack in questione, ufficialmente firmata da Ryuichi Sakamoto e Alva Noto con additional music di Bryce Dessner (The National), dimostra subito la sua praticamente certa, perfetta funzionalità al progetto.

Il lavoro è basato sulla commistione degli apporti dei tre musicisti firmatari (l’OST, pur in corsa per il Golden Globe, non è stata considerata passibile di nomination per l’Oscar, proprio perché, secondo le regole dell’Academy, non è stata rilevata una netta distinzione tra i contributi dei singoli compositori), ma il carico maggiore va sicuramente sulle spalle di Sakamoto, maestro nell’ambito delle musiche da film (che nella sua lunga e densa carriera hanno sempre rivestito un ruolo non secondario), ammiratore dei precedenti film di Iñárritu e da lui chiamato a firmare la soundtrack proprio nel periodo in cui il musicista giapponese stava combattendo contro un cancro alla gola (ora tornato in piena forma, anche Sakamoto è quindi un revenant, un redivivo…). Carsten Nicolai interviene sottopelle, attraverso innesti elettronici che aggiungono angoli e suggestioni alle partiture orchestrali (non possono sfuggire i riferimenti alle Virus Series, e in particolare a utp_, progetto del 2008 firmato Noto+Sakamoto e Ensemble Modern). Dessner, non nuovo ad escursioni nella musica “colta” (vedi Aheym con il Kronos Quartet del 2013 e St. Carolyn By The Sea del 2014) aggiunge atmosferiche pagine minimalistiche. Il tema principale è puro, classico, Sakamoto in modalità soundtracker: una melodia distillata, armonizzata con i caratteristici sottili rimandi orientali inseriti su solide basi romantiche, qui meno memorabile rispetto ad altri casi preclari (si riascoltino i temi di Furyo – con o senza l’intervento vocale di David Sylvian – o di The Sheltering Sky/Il tè nel deserto, o anche Bibo No Aozora, traccia utilizzata dallo stesso Iñárritu nel suo precedente Babel), ma non meno intrigante ed emotivamente carico. L’elemento maggiormente caratterizzante è comunque l’ambience apertissima, le risonanze evocatrici di spazi sconfinati. Il main theme è riproposto e richiamato più volte nell’album (per es. in Glass And Buffalo Warrior Travel, in Church Dream – dove viene sinfonicamente ri-trattato – o in Killing Hawk dove, elettronicamente dilatata dalle intermissioni (raster)notoniane, viene travolta da un furioso e tensivo pizzicato d’archi), ma non è questo l’unico elemento coesivo dell’opera, percorsa da una impeccabile comunanza d’intenti e convergenza di risultati, indipendentemente dal fatto che gli apporti siano a firma singola (per es. Imagining Buffalo by Dessner) o di gruppo (per es. Cat & Mouse, percorsa da fremiti persino tribali o il redde rationem supposto da Final Fight, dove la tensione si risolve in tuonanti percussioni).

L’ascolto di The Revenant prima della visione del film ha avuto in sostanza la funzione di una lunga, emozionante ouverture. E se è vero che ogni composizione originale pensata per il cinema trova senso compiuto in quanto associata al fluire delle immagini, solo dopo aver visto il lungometraggio potremo confermare la sensazione di essere di fronte ad una colonna sonora magistrale.

(17 gennaio 2016, il giorno dopo l’uscita italiana di The Revenant). Il film conferma e supera le aspettative. Un’opera avvincente, appassionante, importante. Iñárritu dimostra una padronanza spaventosa nella gestione di tutte le variabili di un progetto che sottende eroiche fatiche produttive alla Herzog e l’uso intelligente delle più recenti tecnologie applicate al fare cinema. Il tutto è maggiore della somma delle parti, già di per sé mirabili: una jacklondoniana storia coinvolgente, cruda e diretta; fotografia inarrivabile nel suo dipingere con luce naturale la violenza degli affetti; interpreti tutti perfettamente in ruolo (indimenticabili i volti dei nativi americani). Se l’Oscar per il miglior attore non può non andare a Di Caprio, autore di una convincente prova fisica ed emotiva, quello per la migliore attrice protagonista dovrebbe essere attribuita alla Natura, affascinante nella sua feroce bellezza. E la colonna sonora, incastonata al suo posto d’elezione, dimostra di valere come vero e proprio ulteriore pilastro: mai prevaricanti, le composizioni musicali vengono smontate, adattate, mixate con gli effetti, per aggiungere, se possibile, ulteriore peso specifico emotivo, ma senza mai strafare. La complessiva impostazione less is more – già apprezzata prima del film –  trova ora nuovo senso: un’opera così densa non aveva bisogno di musiche emotivamente esplosive, ma di pennellate al limite della coscienza. Riascoltare l’album è rievocare le atmosfere del film, riassaporandone le emozioni. Il main theme si conferma bellissimo, perfetto nel suo lirismo trattenuto. Prende maggiore definizione invece un terzo tema sakamotiano (Discovering River, poi ripreso in Out of Horse) che, giocando con assonanze e dissonanze, funziona in pieno nel confrontare gli spazi aperti della wilderness con il dolore chiuso nel cuore di Di Caprio-Glass, revenant seeking revenge. 

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