• Ago
    19
    2016

Album

4AD

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È sempre difficile separare le musiche dalle immagini per cui sono state pensate. E non fa eccezione nemmeno questa colonna sonora, la prima da quella composta per Pola X nel 1999, che Scott Walker ha messo a disposizione del debutto cinematografico di Brady Corbet, vagamente ispirato al racconto eponimo di Jean-Paul Sartre. Certo, il peso dell’autore di Tilt The Drift (per tacere dell’intera carriera Sixties, altrettanto importante) è tale che non può passare inosservato. In più, c’è il tema: il coming of age di un bambino durante i fatti storici che porteranno al Trattato di Versailles post Prima Guerra Mondiale, un bambino che passerà rapidamente dalla sicurezza di un ambiente borghese al brivido della violenza nazi-fascista. Siamo, attraverso Sartre e il film, all’interno di quella riflessione dai sapori squisitamente foucaultiani sul rapporto tra gli atti dell’individuo e le cause sociali che li determinano, un tema che a modo tutto suo Walker ha affrontato fin dal suo ritorno nella seconda metà degli anni Novanta (si veda la sua rilettura di Pasolini al riguardo).

Tolti gli orpelli filosofici e sociologici, i trenta minuti dell’OST sono un passo laterale rispetto alla discografia più recente di Walker, eccezion fatta per un filo narrativo che ha caratterizzato in modo personalissimo tutte le sue ultime produzioni, anche quella in coabitazione con i Sunn O))). Qui il Nostro si prende il lusso di far eseguire tutto dal vivo a un’orchestra di 46 archi, 16 fiati e via dicendo, per un totale di più di settanta musicisti. Dietro alla console siede il fedelissimo Peter Walsh e la direzione musicale è affidata a un altro collaboratore di vecchia data, Mark Warman. Il tema di apertura è un continuo rimando alle colonne sonore espressioniste, in perfetta filologia con l’ambientazione della pellicola, e le stesse matrici espressioniste si ritrovano anche nei bozzetti brevissimi che completano il lavoro. L’oscurità è accentuata nell’uso disturbante di droning, che per esempio nella breve Up The Stairs servono da elemento drammatico, o in una sequenza come quella del sogno, dove l’orchestra lascia spazio a un elettroacustica densa come la pece che assolve perfettamente al ruolo di catalizzatore psicologico. Altri due brani da sottolineare sono The Meeting e il finale, dove l’atonalità novecentesca e una marzialità oramai conclamata servono da elementi focalizzanti per una colonna sonora che non lascia mai calare davvero la tensione (e anche The New Dawn, addolcita da ampi spazi quasi bucolici, non lascia davvero del tutto la vena oscura).

Disco laterale, che forse non deve essere messo al fianco degli ultimi capolavori in termini di direzione artistica, ma perfettamente compiuto e che mostra che oltre a essere un performer, come ama ripetere, Walker è un artista che sa mettere il proprio talento anche a disposizione degli altri.

21 Agosto 2016
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