Recensioni

Quando lo abbiamo intervistato nel luglio del 2013, Paul Rose stava per concludere l’avventura del sub:stance, la club night dal lui ideata e gestita e che dal 2008 aveva sdoganato a Berlino l’allora pulsante scena dubstep, con un party di chiusura che sostanzialmente prendeva atto della riconversione techno e house di un più ampio comparto elettronico non solo berlinese. Nel frattempo, stava pensando ad un nuovo album che per l’ennesima volta avrebbe spiazzato il suo pubblico: un disco focalizzato sui featuring vocali. I piani poi devono essere cambiati e la melodia ha finito per rappresentare la parte più marginale di un output produttivo ben più ampio e sfaccettato.
Il trittico di EP Phenix pubblicato nel 2014 ha mostrato uno Scuba, al solito tecnicamente impeccabile e forte delle sue migliori skills (in un certo senso, un ritorno alla colorata costellazione di texture sonore dei suoi migliori lavori), ma mai così trasparente nel rappresentarsi dentro e fuori il dancefloor. All’interno del nuovo corpus di pubblicazioni troviamo un’ampia varietà di emozioni, dal romanticismo (Time Rentless Time ricorda un po’ Bat For Lashes) alla malinconia (Throb è il corrispettivo adulto della radiosa idm di A Mutual Antipathy), dall’euforia (Phenix 2, con mood à la Personality) alla claustrofobia (la tunnel vision à la Plastikman di Solitary Confinement), sentimenti fusi in una materia elettronica che scorre libera tra field recording e Roland, costrutti house come techno e generose aperture cinematiche.
Del resto, tra il 2013 e il 2014, Rose ha affrontato una fase transitoria differente da quella trascorsa dieci anni prima al FWD: allora, dal creativo melting pot sonoro che si era sviluppato in quella serata, era scaturita la passione per la nascente scena dubstep, quella per la produzione e il label management (Hotflush); ora per lui è tempo di fermarsi e prendere fiato, anche per curare una seria malattia che lo ha inchiodato a casa da marzo fino ad agosto. Sono premesse necessarie per ascoltare questo nuovo album nato durante una permanenza in Giappone durante il festival Labyrinth all’inizio di settembre, il primo evento che lo ha visto tornare operativo come dj dopo mesi di assenza dalla consolle.
Soltanto scorrendo la scelta dei titoli presenti nella tracklist è lampante che quello di Claustrophobia è uno Scuba in controluce rispetto a quello incontrato in Personality, che se vogliamo è stato il suo disco ibizenco, o comunque il secondo di una doppietta polarizzata house. In un certo senso il disco potrebbe rappresentare lo sviluppo del progetto SCB (l’alias techno), il cui album, nei piani tra il 2013 e il 2014, non è più stato pubblicato. D’altro canto è un disco che lavora in profondità sulle texture sonore e lo spazio con un rinnovato interesse per i field recording, e con un inedito, lineare, approccio live techno a metà tra Moritz Von Oswald Trio e Plastikman (Why You Feel So Low, Black On Blak, Television).
Neanche qui mancano le capacità del producer di giocare coi sotto-generi: PCP, ad esempio, contiene elementi vicini alle produzioni Nonplus e alla Uk Funky, eppure una cospicua porzione della tracklist è occupata da tracce ambientali – Drift, All I Think About Is Death, Family Entertaintment fino a Needle Phobia, che richiama alla mente A Mutual Antipathy – che mescolano fascinazioni nipponiche, pop, elettroacustica e kosmische musik, elementi che del resto ritroviamo, come dettagli, in tutto il lavoro.
Claustrophobia è il disco di un Paul Rose vulnerabile, che elabora i postumi di una malattia, ma anche la storia di un’immersione catartica nella techno, e dunque di una lenta ma solida rinascita (Television è il brano più potente in questo senso). Non un disco che lascerà il segno come i suoi predecessori, ma un nuovo capitolo, nonché un lavoro generoso che ad ogni ascolto porta a galla nuovi particolari.
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