• Gen
    19
    2018

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Universal

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Se ne parla da un po’ come del punto d’arrivo massimo addirittura del rap italiano tutto, grazie alla giustamente strombazzata presenza di Quavo dei Migos. Vero è che l’attenzione di un ospite di tale caratura nei confronti della scena italiana è forse senza precedenti. A meno che non vogliamo conteggiare T-Pain in Senza Pagare di Fedez e J-Ax. Ahah. Tanto casino in Piazza Duomo, una produzione imponente e costantemente in heavy rotation a suon di ospitate e interviste a RTL, articoletti di rito su La Stampa (sotto ai quali la gente si indigna perché ha la pelliccia rosa e gli occhiali da donna, ke skifo), eccetera, eccetera. Alla fine Sfera sembra essere arrivato alla heavy rotation, e complimenti a lui – o meglio, a chi lavora per lui.

Alla fine il disco com’è? Diciamo esattamente come te l’aspetteresti. I rapper come nuove rockstar (parlando di numeri tra i giovanissimi) è una verità inconfutabile che solo i dinosauri particolarmente reazionari continuano a non voler vedere, ma la cosa era già stata esplicitata da Kanye qualche anno fa. Col solito fisiologico ritardo ci siamo ormai arrivati anche in Italia. Ecco allora che se prima c’erano Cinisello e la bella favola del ragazzino sfigato che aveva successo da zero, adesso c’è la narrazione prevedibile e un po’ stanca della nuova vita da, appunto, rockstar. Eccesso e ricchezza, soldi lanciati per aria e uno status da autodesignato “trap king”, che per carità va anche bene ma se nel rap l’autocelebrazione c’è sempre stata, e lo sanno anche i sassi, siamo nel 2017 e che palle. Perché con l’autocelebrazione della vita da rockstar metti insieme i due cliché più triti e noiosi di entrambi i generi.

Sfera è scarso, lo sa lui, lo sappiamo noi, lo sanno tutti. Lui se ne frega, freghiamocene anche noi. Ché giustamente, come dice nelle interviste, lui non critica nessuno, perché gli altri criticano lui? Ha costantemente bisogno dell’autotune per stare sul pezzo, inanella rime fiacche come «mangio M&M’s, c’ho i capelli tinti come Eminem» (che in realtà sarebbe anche una rima identica, ma vabbè), spesso lascia lì versi di una pochezza di scrittura quasi irritante, ma va bene così. Un asino lo puoi frustare finché vuoi e lo puoi anche riempire di soldi, puoi dargli i beats più fighi del mondo e puoi mettergli i denti d’oro, ma in ogni caso non diventa un cavallo. Resta un asino. E non è un problema, perché è chiaro che non si ascolta un disco di Sfera sperando di trovarci chissà quali rivelazioni (e)scatologiche o virtuosismi tecnici da grande MC.

Sfera è come Ghali, un prodotto pop. E come tale va preso. Non è un rapper, e quindi non va valutato come tale. Rispetto a Ghali è meno riuscito, vuoi perché ha un flow (sempre se vogliamo chiamarlo così) più arrogante e meno simpatico, vuoi perché Ghali dà la sensazione di poter essere un personaggio a tutto tondo molto più completo (parliamo in prospettiva). Musicalmente Ghali ha capito di poter vincere tutto staccandosi dalla trap e ampliando la palette, senza snaturarsi ma applicandosi a un discorso di più ampio respiro. In Rockstar qualche spiraglio in questo senso c’è. La title track e Sciroppo sono episodi sicuramente riusciti, e provano la carta di una produzione più morbida e quasi cloud, tanto che a tratti pare di ascoltare Yung Lean. Serpenti a Sonagli  (più cupa) e Cupido (stupidina e anthemica, ma divertente) funzionano bene, così come la spagnoleggiante Tran Tran. Tanti altri pezzi però girano a vuoto, si incartano nei soliti luoghi comuni che abbiamo detto, e neppure le basi di Charlie in questi casi riescono a salvare in corner la baracca: la banger senza sussulti XNX, l’immancabile dancehall surgelata di Ricchi per Sempre (puoi tranquillamente canticchiarci sopra Figli di Papà e viceversa), Uber, la piatta e scialba Leggenda, i soliti flautini e zufoli in levare di Bancomat, l’edonistica e insipida Collane.

In mezzo alla stanchezza qualcosa di buono insomma c’è. È abbastanza? Ormai non più. Ringraziamo il giro per aver portato Quavo su un disco italiano, ma attenzione a non farsi trainare troppo da questa cosa per gridare al capolavoro.

19 Gennaio 2018
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