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A distanza di pochissimo tempo dall’ultima volta che l’abbiamo tirato in ballo – l’occasione è stato il recupero tardivo dell’ep The Afterlife – Shabaka Hutchings torna con un nuovo capitolo della sua personalissima saga. Secondo episodio del suo progetto Shabaka & The Ancestors – il primo sotto questa sigla licenziato sotto l’egida della Impulse – We Are Sent Here By History è il seguito di Wisdom Of Elders, datato 2016 e che aveva in qualche modo messo lo zoom su un lato di Hutchings non ancora conosciuto, più intimo e “tradizionale” se vogliamo, lontano anni luce dalle strobo e dai subwoofer tipici della dancefloor dei suoi progetti Sons of Kemet e The Comet Is Coming.
Interamente scritto e registrato in Sudafrica – prima a Johannesburg e a Cape Town poi – We Are Sent Here By History si avvale della collaborazione di una schiera di jazzisti sudafricani di cui Hutchings è grande ammiratore, quasi tutti già presenti sul precedente lavoro: Mthunzi Mvubu al sassofono contralto, Siyabonga Mthembu al canto e alla recitazione, Ariel Zamonsky al contrabbasso, Gontse Makhene alle percussioni e Tumi Mogorosi alla batteria. Fa un certo effetto ascoltare We Are Sent Here… soprattutto nel momento che stiamo attraversando, viste le tematiche affrontate, l’urgenza con cui è scritto e suonato e il tono profetico del suo titolo, che è già tutto un programma. Sembra quasi che Shabaka, novello Griot (un poeta/cantore custode delle tradizioni orali di alcuni popoli dell’Africa occidentale) affetto dalla Sindrome di Cassandra, sapesse già quasi tutto e, come da leggenda, nessuno abbia creduto ai suoi moniti, fissati qualche tempo fa in un’intervista che suona ora sinistramente profetica: «We Are Sent Here by History è una meditazione sulla prossima estinzione della nostra specie come dato di fatto: è una riflessione dalle rovine fumanti, un interrogarsi sui passi da seguire in vista del nostro trapasso (individuale, come della società nel suo insieme), e sul fatto che la fine possa o meno essere vista solo come una tragica sconfitta.
Sin dai primi momenti della openin’ track They Who Must Die (dieci minuti di un’intensità in uptempo rarissima, in cui Hutchings decolla e rimane sospeso in aria, ad altezze spaventose) si intuisce che si sta per assistere a qualcosa di grande, ad una sorta di rito apotropaico per allontanare paure e malignità, tanto debitore verso Fela Kuti quanto nei confronti di Archie Shepp e di James Mtume e del suo Umoja Ensemble. Tutto si incastra perfettamente in We Are Sent Here By History: i sassofoni flirtano, si intrecciano e si uniscono quasi carnalmente (Behold The Deceiver, Run The Darkness e Beasts Too Spoke For Suffering per capirci), il contrabbasso costruisce solidissime strutture per un drumming sempre preciso, mai banale e con una scelta di mixaggio che lo tiene un po’ “dietro”, a limitarne a fatica la ferocia. Si va avanti con Go My Heart, Go To Heaven, composizione scelta come singolo apripista che spiega molto dello Shabaka sudafricano: sei minuti e rotti di danza in cui il caratteristico fraseggio sincopato di Hutchings domina dall’alto, mostrando ai suoi compagni di viaggio la rotta da seguire, che è quella di The Coming Of The Strange Ones, forse l’episodio in cui Hutchings e Mvubu danno il meglio, ricamando fraseggi sul drummin’ poderoso di Mogorosi. C’è anche speranza, non solo distruzione e rovina, e il messaggio arriva in Til The Freedom Comes Home: «Oh Rastafari Show us meaning, Show us values, Teach us to love nature, Teach us new myths ‘til the freedom comes home», canta imperioso Mthembu introducendo la ending track, Finally The Man Cried. E l’uomo pianse davvero, vedendo la sua casa distrutta, il cielo squarciato e la terra rotta, chiedendo perdono per secoli di sfruttamento scellerato: «Teach me how to be vulnerable, how to lay down arms», sentenzia Siyabonga Mthembu, «how to stare into the face of death, open eyed. Teach me how to breathe… and finally, the man died». Una chiusura terribile, quel finally che pare quasi un sospiro di sollievo della Natura che si riappropria degli spazi lasciati solo in concessione al suo animale più feroce, resettando la Terra e la vita umana con cataclismi e rivoluzioni.
We Are Sent Here By History è il lavoro più politico dell’intera carriera di Shabaka. Spogliatosi dei suoni elettronici, delle canotte fluorescenti e dei ritmi infernali, Hutchings veste quelli più sobri ma altrettanto potenti della tradizione africana, riuscendo a combinare afrobeat, jazz, poesia e impegno politico. Negli ultimi dieci/quindici anni è difficile trovare un musicista che sia emerso nella scena jazz e nella scena musicale tutta – forse solo Lamar per impatto e per talento – che abbia dimostrato qualità e spessore come Shabaka Hutchings. Hail to you, King Shabaka.
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