• lug
    29
    2014

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Sub Pop

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Se i Death Grips hanno rappresentato una supernova nel panorama alternative hip hop internazionale, e i clipping stanno rapidamente prendendo il loro posto con un mix altrettanto eclettico e frontale, gli Shabazz Palaces stanno proprio su un altro pianeta e non solo per attitudine di base – quell’approccio spaced out che da sempre li contraddistingue – ma proprio per inimitabilità e ricchezza della formula. Il portato jazz rap dei Digable Planets e il funk dei Cherrywine, entrambe formazioni di cui Ishmael Butler faceva parte, unito agli strumenti zimbabweiani e alle percussioni di Tendai ‘Baba’ Maraire, i synth e i campioni di entrambi, costituiscono fin dall’esordio, Black Up, l’ossatura di un progetto che è qualcosa di più della somma delle singole parti.

Lo scarto che separa l’approccio “in chiaro” nel rappato e negli arrangiamenti delle precedenti esperienze di Ish, come la distanza tra il fantomatico collettivo e l’indie di casa Anticon, cLOUDDEAD in testa, è grossomodo la distanza che ci separa dai 90s e dall’inizio del 10s. Negli Shabazz Palaces, pur non negando i fondamenti dell’attitudine libera degli Antipop Consortium degli esordi, siamo oltre l’indieness, oltre le dialettiche tra establishment e alternativa. Il duo di Seattle si pone in modo originale rispetto a certa frontalità hip hop preferendo una conduzione fatta di rappato suburbano astratto, ritmi morbidi che non si fanno mancare qualche “bassone”, in generale un’abbondanza di synth ondivaghi e voci in echo in “layeraggio” caleidoscopico psichedelico, anche pastorale e in senso indietronico se vogliamo, e di fatto lo sguardo è sempre puntato altrove, alle stelle, ad altri pianeti.

Lese Majesty, il nuovo disco, continua il loro viaggio con uno sguardo se vogliamo ancora più rotondo, cosmico. Rimangono le imperscrutabilità, i testi cubisti, i paraventi colorati, i cori (non più la voce) di Catherine Harris-White delle THEESatisfaction, e il via vai di vocalizzi nello spazio, eppure qui le strutture sono più rispettate che depistate, all’etno subentra il sintetico, il cinematico demodé, persino un tocco disco-punk (MindGlitch Keytar TM Theme). I brani, imbottiti di polveri e stelle, filano tutto sommato più lineari rispetto all’esordio ed anche qui gli spunti sono tanti, generosi, geniali, parti di un nuovo eccitante mosaico sonoro da ascoltare dall’inizio alla fine, come l’hip hop sognato a occhi aperti da Dave Fridmann.

21 Luglio 2014
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