Recensioni

Via da Merge per Columbia, è tempo di fare sul serio. Se Zooey e Matt fossero una tipica coppia middle class, sembrerebbe proprio che la mogliettina si sia messa in testa di spronare il maritino troppo poco ambizioso. C’è da riarredare il salotto, aggiornare il guardaroba ed il giro dei conoscenti (“a proposito caro, che ne dici di accettare l’invito di Mr Brian Wilson? Dicono che sia il numero uno nel suo campo… ”). Spacciare pop ricercato ad una platea di trentenni neo-camp non tira abbastanza: è tempo di mirare al bersaglio grosso. Così, Ward il sognatore viene messo a capo di una band di venti elementi per rileggere live in studio tredici episodi classic pop, quasi tutti affidati alla voce fragrante e adenoidale della Deschanel. Pezzi celebri, portati al successo da Frank Sinatra, Van Morrison, Ella Fitzgerald, Aretha Franklin, insomma veri e propri marchi nell’immaginario canzonettistico USA ma piuttosto popolari anche da noi.
Ne esce un album che flirta con garbo nei confronti d’un classic-pop dalle sofisticazioni jazzy e le movenze bluesy patinate doo-wop, manufatti che sfuggono all’imbalsamazione infilandosi nella breccia tra cliché e fiducia, nell’idea che qualcosa di magico possa ancora sprigionarsi dalla dimensione del radiofonico. Proprio questo allestimento da radio broadcast – che sappiamo essere da sempre pallino poetico di Ward – conferisce il sapore che giustifica e salva l’operazione, rendendola una strenna elegante con momenti suggestivi e di entusiasmo genuino, vedi soprattutto l’incalzante Stay Awhile (tra i cavalli di battaglia di Dusty Springfield) e una She (di Aznavour) sospesa tra languori di tromba e ricercatezze corali. Quando giocano a confrontarsi con giganti quali Armstrong-Fitzgerald (Would You Like to Take a Walk), i Nostri lo fanno col giusto impasto di arguzia e delicatezza, mentre se c’è da affrontare veri e propri archetipi come Unchained Melody se la cavano ritirandosi in un incantesimo dimesso di cori e controcanti.
Disco gradevole insomma, soprattutto se si accetta l’idea che il pop possa essere anche e innanzitutto un cadeau, un gioco di allusioni e riflessi il cui limite e senso sta nel mistero superficiale della confezione.
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