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6.5

Parliamo di un nuovo album dei Silver Apples, una band le cui uscite ufficiali in mezzo secolo di carriera si contano sulle dita di una mano e che non si faceva sentire con nuovo materiale da quasi vent’anni. Basta questo per fare di Clinging to a Dream un piccolo evento. È altrettanto inevitabile che la considerazione per questo nuovo album viva del riflesso di un passato di culto. I primi due dischi dei Silver Apples, usciti alla fine dei Sessanta, stavano un passo avanti a tutti sulla via che portava la sperimentazione proto-elettronica dentro la musica pop e rock: le loro litanie raga-folk trasformate in mantra sci-fi con sintetizzatori fai da te sono una scheggia futuribile che attraversa il clima di ricerca e di ebbrezza psichedelica di fine decennio, con lo sguardo che sconfinava già nei ’70 dei corrieri cosmici tedeschi e di band come i Suicide, molto al di là da venire.

Dopo una vita da oggetto di culto, uscite sporadicissime e qualche minimo cambio di formazione – dovuto anche alla scomparsa del sodale storico Danny Taylor – il gruppo di Simeon Coxe torna a incidere e si mantiene fedele allo spirito originario pure nell’aggiornare – ma fino a un certo punto – il suono, inserendo Clinging to a Dream in un progetto più ampio in cui è compresa la ristampa dei tre album usciti alla fine degli anni Novanta (il recupero dai cassetti di The Garden, il terzo disco perduto e ritrovato fortunosamente al momento della reunion, Beacon, prodotto da Steve Albini, e il successivo Decatur).

Come l’iniziale The Edge of Wonder, perfetta nel disegnare una melodia che danza leggera su suoni electro ovattati un po’ esotici e un po’ d’antan, quella dei Silver Apples di oggi è una canzone elettronica che arriva da una dimensione sospesa nel tempo, che non strizza l’occhio solo al passato ma neppure cerca di modernizzarsi in modo pacchiano. Coxe si ricongiunge ai contemporanei di una volta (le filastrocche surreali e barrettiane di Missin’ You e Drifting) oppure a discepoli e successori come Wire (il distacco robotico di Colors) e Kratfwerk (Nothing Matters o la melodia algida, semplice e cantabile di Fractal Flow); un percorso a cui si aggiungono puntate nella techno (Concerto for Monkey and Oscillator) e nell’hip-hop (Susie). Tutte cose che erano già in embrione nel sound dei SA? Può darsi, e se a Coxe premeva ricordarcelo, lo fa in modo che tutto suoni naturale e si amalgami al suo stile, senza forzare troppo la mano.

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