Recensioni

7.5

Teatrale e ferina, languida e sferzante, enigmatica e generosa: Simona Norato esordisce con una proposta che stordisce a forza di contrasti, dominati da un’autorevolezza che non sai bene quanto sia istintiva e quanto cerebrale. Di certo non siamo di fronte alla solita debuttante coi modelli di riferimento stampigliati in fronte: palermitana, la Norato si è fatta produrre artisticamente da un catanese sui generis come Cesare Basile, che a quanto pare è stato bravo a tenere separato il proprio codice espressivo da quello di lei, semmai incitandola a non tirarsi indietro (e già che c’era a svincolarsi dal giogo della SIAE).

Le dodici tracce di questo La fine del mondo spaziano da siparietti noir col retrogusto di tango e nevrosi (la malmostosa Welcome Home) allo spurgo art-wave quasi Wire di Un familiare, concedendosi in itinere tutte le ibridazioni del caso. Come quella Betty Blu che manda fuori giri un carillon Edith Piaf fino ad incendiarlo con dissonanze pseudo-prog, oppure l’alternanza di riff stridenti e parentesi piano-voce in Scultore (una isteria Cristina Donà con risvolti suadenti/modernisti Matia Bazar), o ancora le nostalgie Baustelle in mezzo al folleggiare danzereccio electroclash di Negli anni 80.

Soprattutto, Simona non teme di confrontarsi con la tradizione melodica italiana, anzi se ne nutre per poi restituire manufatti accorati come Esci e divertiti o la title track, dove il carezzevole è costantemente assediato dall’inquietudine, proprio come l’abbandono acustico e la fibrillazione digitale inseguono una sorta di nemesi vicendevole. Nota di merito anche per i testi, congegnati per situazioni improvvise, frammenti di sequenze forzati al limite del contesto, come quadri in bilico su una sconcertante trepidazione, impegnati ad indagare stati d’animo sul punto di farsi pensiero. Il cantautorato italiano di qualità ha forse trovato una voce nuova, originale e coraggiosa.

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