• ago
    25
    2014

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Nettwerk Music Group

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Poche carriere sono state turbolente tanto quanto quella di Sinéad O’Connor. Emersa con il bell’album di debutto The Lion and the Cobra e divenuta in breve tempo una star di prima grandezza grazie al successivo I Do Not Want What I Haven’t Got (e soprattutto, ironia della sorte per una cantautrice, a una cover di un brano minore che Prince inizialmente donò alla band The Family, Nothing Compares 2 U), spiazzò subito il pubblico con un disco di standard inciso con una big band, dichiarazioni forti, una foto di Giovanni Paolo II strappata sul palco durante l’esecuzione di un pezzo di Bob Marley e una miriade di collaborazioni. In molti, a torto o a ragione, smisero di seguirla dopo Faith and Courage, perdendosi quindi le sue incursioni nel folk e nel dub; il colpo di coda è stato How About I Be Me (And You Be You)?, un lavoro organico e baciato da una ritrovata ispirazione. Da sempre un’artista e una donna imprevedibile, stavolta Sinéad ha cambiato strategia e ha preferito non avventurarsi in territori musicali insoliti, consegnando il seguito ideale del lavoro del 2012.

Sono canzoni asciutte, musicalmente accessibili, mature e che vanno dritte al sodo, quelle che propone in I’m Not Bossy, I’m The Boss. Sono ritratti di donne che sfilano sotto forma di canzoni, anche se è inevitabile che ci siano reconditi riferimenti autobiografici, in un album che più che rendere un omaggio idilliaco all’universo femminile, alla sua forza e al desiderio di riscatto (il titolo è stato cambiato all’ultimo momento, ispirato dalla campagna Ban Bossy lanciata da Sheryl Sandberg e che ha coinvolto personalità come Beyoncé e Condoleeza Rice), ne racconta anche le contraddizioni, in quell’eterna guerra dei sessi in cui anche la donna più orgogliosa e combattiva si scopre succube e, specie se entra in gioco l’amore, tende a smettere di lottare. Sinéad gioca in copertina vestita in PVC, con una parrucca e un’immagine glam che mai prima d’ora aveva adottato, ma ascoltando i nuovi dodici pezzi (che diventano quindici nella deluxe edition, ben confezionata in un piccolo hardbook) è chiaro che la signora ci ha depistati per l’ennesima volta. Il disco è dedicato a se stessa, e l’autrice spiega nel libretto di aver lasciato la “guerriera” per una volta a riposare e di aver dunque indossato i panni della “donna con il vestito rosso”. Della donna innamorata – di Davey, anche se il produttore è il suo ex marito John Reynolds. Della seduttrice, ironica e sicura di sé (“See, I’m special forces / they call me in after divorces / to lift you up”, canta in Kisses Like Mine) e della donna sedotta e abbandonata (dall’uomo sposato che si prende gioco di lei in The Voice Of My Doctor). Della donna che desidera l’uomo che non può avere, e del quale fantastica annusando la sua giacca (Your Green Jacket) e infine di quella che ammonisce le nuove leve, come una madre, con una stoccata a quella Miley Cyrus cui scrisse una lettera pubblica in 8 Good Reasons (“You know I love to make music / but my head got wrecked by the business”).

Ottima la scelta di affidare a Take Me To Church (no, Hozier non c’entra) il ruolo di singolo apripista: un ritornello facile ma graffiante, che riporta inevitabilmente agli esordi della cantante, arrangiato con gusto. Funziona la collaborazione col sassofonista Sean Kuti, figlio del grande Fela, in James Brown (un richiamo indiretto al passato, visto che di Brown era stata campionata la batteria di Funky Drummer in I Am Stretched On Your Grave ventiquattro anni fa) così come Where Have You Been, un potenziale hit single con tutti i crismi. I due brani più coinvolgenti del lotto sono tuttavia Harbour e il conclusivo Streetcars, più spoglio e intimo rispetto al resto del materiale presente in questo decimo, riuscito, lavoro in studio.

Sembra che Sinéad O’Connor sia tornata definitivamente e che non abbia alcuna intenzione di lasciarci di nuovo. Manca il coup de théâtre, questo è vero, e tutto è più maturo e calibrato rispetto agli standard cui ci ha abituati, eppure il disco, per quanto levigato e forse fin troppo “perfettino”, scorre fino alla fine che è un piacere – conciso, vario quanto basta e soprattutto pieno zeppo di hook. D’altronde, è proprio il tipo di lavoro che oggi ci si attende da un “boss” come lei, abituata com’è a farci innamorare (e disinnamorare) rivelandosi sulla ribalta e nel retroscena, forte ma senza mai nascondere la sua vulnerabilità. E non è poco.

27 Settembre 2014
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